The XX – Coexist

L’ACCUSA

P.M.  Federico Baldi

Col tempo ho imparato a non fidarmi troppo degli artisti che fanno un eccessivo  utilizzo della brillantina per capelli. Gli XX si ripresentano fieri e impomatati a tre anni dall’omonimo esordio discografico che aveva decretato il definitivo successo del minimalismo Wave in salsa Indie-Pop. “Coexist” dunque; tanto per ricalcare il concetto e insistere sulla consonante che nella madrelingua dei tre londinesi rimanda a vocaboli come esempio ed eccellenza, ma che universalmente è anche il segno utilizzato come firma da analfabeti e svogliati.

L’estetica prima di tutto: il nero in copertina cede il posto al bianco, colore degli Angeli (Angels) e presagio di schiarite d’animo, eppure le atmosfere umide e nebbiose degli inizi permangono stagnanti anche nelle undici tracce del nuovo album. Le voci calde ed eteree  si condensano sullo stesso terreno spoglio in cui sibilano le chitarre taglienti; sullo sfondo aumentano le pulsioni scomposte e sincopate quel poco che basta per parlare di naturale prosecuzione di quanto già fatto.

Si avverte l’esperienza maturata da Jamie come producer nell’avventura al fianco di Gil Scott Heron così come la presenza, o per lo meno l’influenza, delle “nuove” ritmiche Dubstep. Il linguaggio si arricchisce di tanto in tanto attraverso le tensioni emotive di Missing e Unfold e nello xilofono sintetizzato di Coexist; in coda Swept Away concede un timido sussulto che purtroppo non basta a far riemergere il disco dalla noia e dal tedio in cui è sprofondato. Gli XX di oggi appaiono sbiaditi e incatenati (Chained) nella creatura d’oro che hanno pazientemente costruito in passato. Per cui l’accusa ha deciso: X sopra.

LA DIFESA

Avv. Emanuele Russo

Maledetto hype. Già, perché gli XX sembra abbiano pagato caro il chiacchiericcio che aveva accompagnato il loro esordio: che è sparito magicamente abbandonando questo secondo capitolo a se stesso, portando via con sé numerosi fan occasionali, applausi e tante buone recensioni. La stessa accusa sembra essere vittima di questo spietato meccanismo. Molti giri di parole, poche critiche concrete ed un riferimento vago e poco argomentato, nelle ultime righe, al tedio e alla noia dilaganti, a suo dire, nell’album. Se aggiungiamo parecchie righe spese a parlare di gel per capelli, estetica della copertina e altri argomenti a pertinenza zero con i contenuti del disco, ci troviamo di fronte un’invettiva dal sapore di stroncatura preventiva, pregiudiziale. Giustamente viene riconosciuta l’evoluzione verso ritmiche Dubsteb ad opera di un maturato Jamie XX, alla faccia di chi vedeva Coexist come una poco originale riproposizione di quanto fatto all’esordio. La centralità delle chitarre cede il passo a ritmi sincopati, bassi profondi in stile Deep House che rendono Coexist ancora più scarno ed essenziale del precedente omonimo album.

Il consolidato dualismo vocale fra Romy e Oliver completa il quadro lasciandoci un disco dalle atmosfere a metà fra il Dark e il sognante che guarda con una certa malinconia ai rapporti di coppia. L’amore è il tema principale. Lontananza e oppressione si intrecciano in Chained, l’abitudine e la paura di svegliarsi soli di Fiction, volontà di riprovare e le incertezze che porta con sè nelle liriche di Try o l’ abbandono, tema
centrale in Missing e Tides. Sunset racconta lo struggente incontro fra due ex amanti consapevoli di non poter più tornare insieme e rappresenta l’episodio più toccante, meglio riuscito. A fare da sfondo c’è però un altro aspetto fondamentale: l’ incomunicabilità intesa come difficoltà di intendere l’altro e soprattutto noi stessi , di capire desideri, aspirazioni, proprie ed altrui. Nei testi troverete un’infinità domande e pochissime risposte. “Why do I refuse you?”, “Why do we waste time hiding it inside?”, “What have you done with the one I love?”, sono solo pochi esempi, interrogativi che penso si siano posti più o meno tutti.

Sta proprio in questa mancanza di risposte dovuta alla nostra incapacità di comprendere e comprenderci l’origine del perdersi e la complessità della “coesistenza”. L’ album invece dimostra una forza comunicativa del tutto antitetica rispetto a quella “umana” descritta nei testi. Basta lasciarlo parlare, lasciare che si apra all’ascoltatore. Come raccomandato dagli stessi XX: “Let it unfold”.