Apparat – Devil’s Walk


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Candil De La Calle

L’ACCUSA

P.M.  Michele Guerrini

Vostro onore e signori della corte, Ricordavo le atmosfere  d’archi, la malinconia. Ricordavo i glitch fuori luogo. Ricordavo un pressapochismo creativo che aveva caratterizzato il precedente LP del nostro Sascha Ring, il “Walls “ del 2007 (Shitkatapult).
Lo avevo visto con la sua band esibirsi all’ultimo Meet In Town a Roma, e la mia impressione dopo pochi minuti stava impaludandosi in un languore  ebefrenico. Eccomi tra le mani l’ultimo gioco di carte del nostro Apparat, e purtroppo ben poco cambia. Anzi si prosegue con coerenza e linearità nell’adattamento del sound verso lidi che spaziano fra l’ambient, il post-rock e un piccolo egocentrico cantautorato personale.

Ricopiando con carta velina i percorsi di Thom Yorke, Björk, e certi Sigur Rós ecco un lavoro che riconferma i dubbi che avevamo ipotizzato riguardo il suo precedente lavoro.
Seguendo una linea melodica di malinconia preconfezionata piacevolmente autoindulgente ecco un’opera che potremmo tranquillamente tralasciare, se non fossimo amanti della critica puntuale & puntigliosa.

Sweet Unrest sono i Sigur Rós addormentatisi sulla spiaggia, presumibilmente in piena ipotermia. La corale Black Water inizia dopo un freddo effetto iniziale e mischia una rarefatta indie-tronica con vocals à la Coldplay. La centrale Candil de la calle mostra alcuni aspetti interessanti, cercando un ritmo elettronico spezzato e glitchato in maniera precisa, facendoci in parte riportare a memoria i tempi del disco con Ellen Allien: Orchestra Of Bubbles (2006, Bptich Control); peccato per il suo isolamento all’interno del disco, che continua con una bucolica-folk-song The Soft Voices Die.

Le successive Escape e Your House is My World ci permettono di apprezzare meglio le pretese Yorkeane del nostro, cercando di emulare molto dello stile del cantante dei Radiohead.

Che dire cari signori della corte? Da un punto di vista critico si arriva schiacciati, non solo da un gusto stilistico ormai già vissuto pienamente dalla musica degli ultimi anni, ma soprattutto da un continuo gioco di deja vu incanalato tra una fitta rete di specchi. Non è un gioco citazionistico questo, quanto piuttosto un pensiero strategico per confezionare nuovamente uno stile. E questa attitudine porta difficilmente da qualche parte a livello creativo.

La parola alla difesa….

LA DIFESA

Avv. Ida Stamile

I primi germi d’accusa nei confronti di un artista hanno spesso origine quando egli si allontana dal linguaggio originario, da quello stile musicale che l’ha consacrato al pubblico inserendolo inesorabilmente all’interno di un’etichetta o di un genere, oppure, al contrario, quando ne rimane saldamente ancorato. Questo è quanto sta accadendo anche in quest’aula di tribunale col nostro imputato Apparat.

Esimio Giudice e Spettabile Giuria, i capi d’imputazione rivolti al “nostro” risultano spesso infondati; pur senza negare le lievi imperfezioni presenti all’interno di Devil’s walk, soprattutto dal punto di vista del cantato, è innegabile invece l’egregia produzione musicale scevra dal citazionismo ed esente dai deja vu sottolineati dall’accusa.

La storia musicale di Apparat è stata da sempre costellata da una perenne contaminazione ed esplorazione di generi, alla continua ricerca di stilemi vecchi e nuovi, toccando l’intelligent dance music (IDM), la techno, l’elettronica, il glitch e la musica classica. Con Walls (2007) gli archi avevano già dato i primi sentori di classicismo e riflessività; ora con Devil’s Walk ritornano sempre più chiari, intimi, arricchiti da strings, mentre s’insinuano dolci musiche d’ambiente e sapienti giustapposizioni post rock. Devil’s Walk si avvale inoltre delle importanti e pregiatissime collaborazioni di Christensen dei Warren Suicide e Joshua Eustis dei Telefon Tel Aviv; cosa dire poi della dolcezza antica che emana Goodbye, con Anja Plaschg, aka Soap and Skin. Sono tutti pronti a testimoniare al vostro cospetto in sua difesa.

Il mio cliente Sascha Ring, in arte Apparat, ha solo deciso di spostare il suo baricentro compositivo da una oggettività elettronica e fatta di bit verso una soggettività cantautorale, fatta di malinconiche note e di parole pregne di significati intrinsechi e profondi.

Una strada simile l’aveva già intrapresa e in modo mirabile anche Trentemøller con l’album Into the Great Wide Yonder, perché non dovrebbe percorrere tale traiettoria anche il mio assistito?

Signori della corte, allontanarsi dal clamore di una sala da ballo rumorosa, di un “Meet in Town” acido e artificiale, per prediligere una dimensione più “casalinga”, silenziosa, quieta e laconica è forse un reato? Che venga dunque prosciolto da qualunque illecito musicale e lo si lasci libero di agire, sperimentare, di ricercare suoni anche scovandoli dal passato, lambendo l’irreale e l’etereo o la linearità compositiva …

Vostro onore e giurati tutti, non rimane che rimettermi ora al vostro insindacabile giudizio.

In fede, la difesa.

  • chiara athor

    Cazzo ma siete bravissimi. Fate una rivista vi prego, (se già non esiste) avete ragione tutti e due.
    Ogni cosa andrebbe recensita così.veramente bravi, divertenti ma professionali. Altro che le recensioni di Vice.
    athor

  • http://www.facebook.com/people/Rocklab-Provocazine/100001304366719 Rocklab Provocazine

    Grazie Chiara fa davvero piacere, uscite fuori pure voi altre rocklab-fan! Un vostro feedback per noi è utilissimo, e ci ripaga (se positivo) di tanta fatica ;)

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