Stroncatoio #4: The Rapture – Bodies of Water – The Drums

Lo Stroncatoio
Un nuovo modo per selezionare la tanta (troppa) roba che esce, per distinguere tra birra e borra: lo stroncatoio, i dischi che fanno schiuma ma non sono sapone.

The Rapture – In the Grace of your Love

Settembre 2011 – DFA – Orodiscopo: SorciniSpillettaAvatar – Pezzo: In the Grace of your love

Sara Manini – Carini i Rapture e carino questo disco. Fine.
Fine? Se persino John Lydon, tempo addietro, si è lanciato in una riflessione semantica sul termine “carino”, diciamolo: “carino/a” può generare compiacenza se riferito ad un centrotavola fatto di koala di peluche, ma, detto di un disco, è abbastanza svilente. Soprattutto dispiace dirlo perché i Rapture sono dei bravi ragazzi, ma stavolta, sfumato lo smalto post-punk che aveva entusiasmato il buon vecchio Reynolds, sono rimasti solo strobosfere impietose e aloni da spot di Mtv che passa senza colpo ferire. Sono pezzi che divertono, ma non convertono: se volete cominciare a conoscerli, non partite da qui. Incappereste solo in trame da sottofondo per qualcosa che sul fondo ci è già. SVR: 1-2-1 – totale: 4

Bodies of Water – Twist Again

Giugno 2011 – Secretly Canadian – Orodiscopo: Barba, Sinapsi, Giacca – Pezzo: Mary, don’t you weep

Enrico Calligari – Deludente la terza prova della band di Los Angeles che aveva sollevato aspettative altissime in me con A Certain Feeling del 2008, prima uscita per la Secretly Canadian. Ma siamo sempre lì, ad aspettative e potenzialità che, rimaste tali o addirittura sviluppate esclusivamente come tali, non hanno dato luogo, per ora, a qualcosa di convincente. Ed è un peccato perchè, come succede con tutti i loro dischi, al primo ascolto si rischia di gridare al miracolo. Ma quando si tratta di passare al livello successivo al flirt, quando l’atmosfera si fa calda, esser vestiti a strati su strati annebbia la libido. Ancora una volta risultano colpevolmente indecisi tra la ricerca del canone canzonettaro indie, con fiati bandistici e attitudine corale, finendo nel gorgo del paragone impietoso con gli Arcade Fire, una asfittica vena autoriale intimista tra Leonard Cohen e Lou Reed (in una parola Bill Callahan) e qualche slancio più sperimentale come una versione più krauta dei Blonde Redhead, senza dimenticare episodi più chill tra Abba ed Air. L’identità della band, eccitante sulla carta, non viene fuori e al terzo album è abbastanza imperdonabile. Certo quando questi esploderanno faranno il capolavoro vero e dovrò far sparire questa stroncatura, ma per ora si son giocati il primo match point. SVR: 1-2-1 – totale: 4

The Drums – Portamento

Settembre 2011 – FrenchKiss – Orodiscopo: Spilletta – Pezzo: Money

Sara Manini – Partiamo dalla fine: i Drums sono la parodia di se stessi, in questo “secondo debutto” come non mai. Perché sfornare un disco e tentare di farlo passare come la cosa più bella del mondo (con tanto di elogi per la fantomatica dote scrittoria del Peirce -vedi la sezione ‘Bio’ del sito ufficiale)  è molto logico, ma aldilà della logica c’é la realtà, e la realtà è che qualsiasi hit dello Zecchino d’Oro è più seria di pezzi come ‘Searching for Heaven’ o ‘Book of Revelation’: non basta parlare ironicamente della morte per fingere gli Smiths, anzi, non basta proprio fingersi gli Smiths. Percui, il cantato sviolinante a tratti stridente e l’inflazionato reverb, onnipresente, che invece di rendere misterioso il tutto ne sottolinea la vacuità imperante, riportano i Drums nell’affollato salone della mediocrità, apprezzabile solo se ne viene ammessa l’intenzionalità. SVR: 2-1-1 – totale: 4