Stroncatoio #13: Thao & The Get Down Stay Down – Fake Blood – Delphic

Lo Stroncatoio
Un nuovo modo per selezionare la tanta (troppa) roba che esce, per distinguere tra birra e borra: lo stroncatoio, i dischi che fanno schiuma ma non sono sapone.

Thao & The Get Down Stay Down – We The Common

Febbraio 2013 – Ribbon Records – Orodiscopo: Spilletta, Sorcini – Pezzo: City

Giorgio Papitto – Di come il circuito indie si faccia sempre più insulso, ripetitivo e paraculo ne abbiamo esempi tutti i giorni e la nostra cara Thao ce l’aveva già decentemente dimostrato. Ma la testardaggine torna a sbattere sui propri scogli. Allora eccola che torna: Thao & The Get Down Stay Dow, a 4 anni di distanza dal deludente Know Better Learn Faster, si ripete in viaggi folky come We the common – con tanto di xilofoni che ricordano Crash Bandicoot (e non dovrebbe essere un complimento, dato che è un videogioco) – che sbandano nell’ebbrezza pseudo-noise di pezzi come City. Tutto il disco viaggia febbrilmente tra pezzi indie-pop, odiosamente piacevoli, tra accelerazioni e decelerazioni improvvise e improvvisate. Rincorse musicali a mo’ di montagne russe (che non hanno nulla a che fare con le rollercoaster dei Red House Painters o degli Spacemen 3… davvero nulla). Peccato che io soffra di vertigini! SVR: 1-2-1 – totale: 4

Fake Blood – Cells

Novembre 2012 – PIAS records – Orodiscopo: Avatar – Pezzo: Yes/No

Emanuele Russo – Se sei un dj e nella vita ti sei occupato solamente produrre singoletti\Ep da dare in pasto alla folla, uscire con un primo album di inediti è una mossa quantomeno rischiosa.  Ad essere onesti Theo Keating aka Fake Blood un paio di album li ha pubblicati come Black Ghosts insieme a Simon W. Lord (dei Simian): roba che lascia il segno in un sabato sera qualsiasi, destinata a svanire la mattina dopo fra postumi e vuoti di memoria. Torna oggi sulla scena con Cells, primo disco a nome Fake Blood, il cui senso mi risulta di difficile comprensione. Non si tratta di un contenitore di singoli: i dei brani, presi singolarmente,  mancano della personalità necessaria. Allora potremmo vederlo come un tentativo maldestro di dar vita a un quasi-concept. Eppure non v’è traccia di qualcosa che giustifichi l’ascolto dell’album come un “unicum”. L’alternarsi  di suggestioni dark\horror e momenti più spensierati è certamente una peculiarità del disco, non così forte e sviluppata da poter parlare di quasi-concept nè da conferire una logica al tutto. Non si capisce il senso di una Let It Go che sembra prodotta dagli Sweedish House Mafia o di Soft Machine che potrebbe tranquillamente essere uno scarto dei Black Ghosts. Soprattutto non si capisce il bisogno di tentare il salto di qualità? Non sarebbe stato meglio continuare con i loop furbetti di I Think I Like It o col motivetto orecchiabile di Repetition Kills You? Così Theo aveva costruito la sua fortuna, così era arrivato a suonare ad I Love Techno, e saremmo stati tutti contenti: noi a ballare, lui a mixare. Invece ha optato per un album che prende un po’ di electroclash alla Vitalic da una parte, un po’ di nu-disco dall’altra, in un periodo in cui la musica “dance” sta andando da tutt’altra parte. Pessima scelta, pessimo tempismo.  – SVR: 1-2-1 – totale: 4

Delphic – Collections

Febbraio 2013 – Polydor – Orodiscopo: Sorcini, Avatar, Robinson – Pezzo: Of the Young

Giorgio Papitto – All’ascolto di questo disco, viene spontaneo farsi due conti sullo stato attuale della musica, le nuove tendenze, e la riconcorsa sfinente di alcune band all’omologazione in conformità ad alcuni standard qualitativi che assicurerebbero un discreto successo in termini monetari. A classifiche chiuse, abbiamo visto come il 2012 sia stato l’anno dell’Hip Hop, dell’R’n’B e di una certa black-music che ha invaso generi dando vita a prodotti considerevoli (Kendrick Lamar, Frank Ocean, How To Dress Well e così via). Ma ciò non vuol dire che questa sia l’unica via percorribile dalla musica. Anzi, personalmente spero di no. Eppure i Delphic, al loro secondo episodio discografico, tentano questo percorso. Si ascolti il primo pezzo, Of the Young, stiliamo una lista di vari stereotipi musicali moderni, e eccovi fornita la composizione chimica del pezzo: linee vocali dal timbro simile ai Muse ma dalle cadenze smielate alla Blue, un testo à la Ke$ha e una sezione ritmica con un tocco elettronico molto coinvolgente. Ma è tutto già così sentito da risultare banale e noioso. Tra violini e vocoder si arriva alla terza traccia, Changes, riassunto, perfetto, di un percorso musicale che lo è un po’ meno. Infatti, questo pezzo, fa intuire che la band ha tutte le carte in regola per produrre un ottimo disco. L’intro è magnifico, sognante: pochi secondi dettati da un pianoforte e da una delicata linea vocale che rappresentano, assieme ad Atlas, il momento più alto del disco. Eppure tutto si tuffa in un’orrenda strofa fatta di All right e giochetti Hip Hop neomelodici nauseanti. La qualità c’è, ci vorrebbe solo un minimo di coraggio in più! SVR 1-2-1 – totale: 4