Editors – The Weight Of Your Love

editors-the-weight-of-your-loveL’ACCUSA

P.M.  Giovanni Papa

Non vedo perché dovremmo stare qui a discutere un album degli Editors, miei cari signori della corte. Semplicemente perché questi qui che stiamo discutendo oggi in aula, non sono gli Editors, essi non esistono più, quello che oggi andiamo a giudicare, è nient’altro che un falso. Credete davvero che semplicemente il nome possa fare la band? Ditemi voi, cosa è rimasto dello spirito originale dopo la dipartita di Chris Urbanowicz ed il conseguente cambio di formazione? Tom Smith può da solo portare avanti il progetto con un pugno di turnisti? La risposta è scontata ed è: no. Dove sono gli inconfondibili riff di chitarra che trascinavano i brani l’uno dietro l’altro? Dove sono le batterie nervose e quella carica di pathos che conferiva ulteriore urgenza a testi disperati ed evocativi? Via, è andato tutto via. Al loro posto troviamo un lavoro che parte in sordina con The Weight, canzone sbiadita e vagamente nostalgica. Tastieroni à la moda dei Killers, dappertutto. Smith stesso lo ha ammesso: ci siamo ispirati all’alternative americano. E se non è zuppa, allora sono gli U2 (che non è un caso sia l’unica band inglese ad aver sfondato in USA) che prepotentemente escono fuori dal singolo A Ton Of Love. Davvero quest’aula voleva sentir cantare in falsetto What Is This Thing Called Love, una ballata degna di Michael Bolton? Maledetto sia il giorno che gli Editors hanno scoperto gli archi, mi vien da dire, stilisticamente è come se avessero fatto un passo indietro di svariate ere musicali. Se alla fine In This Light and On This Evening era un disco sbagliato, questo manteneva comunque un certo aspetto di novità che la band ha sempre portato con sé, mentre questo album che oggi ci troviamo davanti rappresenta una grandissima inversione ad U nella ricerca stilistica della band, che si traduce nelle reminiscenze anni ’80 di Formaldehyde e nel pop da radio fatto di soli archi di Nothing. Solo Hyena presenta uno stile più prettamente personale della band, ma comunque non si capisce perché non ci sia nemmeno un brano veloce in questo lavoro, che trasporti verso una fine gloriosa questo album. Che invece si trascina stancamente fino alla fine. Io capisco: non è facile dover tamponare l’assenza di una chitarra importante, ed è stata una scelta saggia evitare di scimmiottare lo stile del transfugo in questione, ma l’operazione non ha dato i frutti sperati. Mi sento solo di salvare le grandissime soluzioni folk di batteria che la produzione artistica ha ripreso, dopo che queste sono state utilizzate nel capolavoro di Bon Iver (ascoltate Two Hearted Spider e The Phone Book e capirete…).

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LA DIFESA

Avv. Sara Manini

Fino a quando, dunque, si continuerà ad attaccare gli Editors per partito preso? Mi appello alla vostra solida memoria, signor Giudice e membri della Corte, nel ricordare che sin da The Back Room è stata riversata ogni infamia sull’operato degli imputati Editors per mano degli indiesnob più intransigenti, salvo poi scovare questi ultimi intenti nel mandare a manetta “Munich” e “Papillon” nelle loro agghiaccianti indiediscoteche…lasciamo un po’ in pace questo (ormai) quintetto, lasciamoli liberi di ritrovare la loro strada! È vero, l’egregio Urbanowicz è uscito da gruppo, ma solo per questo si richiede un cambiamento di nome? Vogliamo ricordare che agli esordi della loro carriera hanno cambiato nome per ben 3 volte, prima di giungere a ‘Editors’? Direi che se lo sono conquistato, no? Ebbene, pur constatando che questo The Weight of Your Love non è un capolavoro, bisogna apprezzare il tentativo di ricostruzione identitaria di Tom Smith e seguito: in fondo, già In This Light and On This Evening segnava un’instabilità compositiva che non sempre porta a risultati ottimali, ma è senza dubbio legittima. Inoltre, cerchiamo di non buttare via il bambino con l’acqua sporca: “What is this thing called love” farà anche ravvivare gli intestini pigri, certo, ma pezzi come “Formaldehyde” e “Two hearted spider” tornano a far sperare nella band di Birmingham. Tra un reverb e un coro perfettamente complementare all’inconfondibile voce di Smith, riemergono le trascinanti melodie da classifica, sorrette dalle tematiche mai banali dei testi: il disco è disseminato di ‘love’, ma se ne parla con quella velatura dark che da sempre contraddistingue gli Editors. Esempio ne è “The Weight”: aprire un disco con un ritornello che recita “I promised myself/ I wouldn’t sing about death” e poi parlarne, è già tutto un programma. Infine, checché se ne dica, “A Ton of Love” è un singolo potente, decisamente U2, ma si impone come raramente accade in questi tempi di singoli scelti ad minchiam. Se poi vogliamo restare a piangerci addosso ascoltando a ripetizione i dischi precedenti, nessuno ce lo vieta, ma sinceramente ritengo ci siano occupazioni più edificanti da intraprendere nell’attesa che Urbanowicz torni in pieno stile frusciantesco e ritorni tutto com’era ai vecchi tempi.

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