Bugo – Nuovi rimedi per la miopia


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Comunque Io Voglio Te

L’ACCUSA

P.M.  Lorenzo Giannetti

Signori della giuria, quest’oggi mi è assegnato l’infausto compito di condurre un’esecrabile arringa contro uno degli eroi della mia adolescenza. Vogliate dunque tenere presente che le mie parole non sono vacuo vessillo d’un partito preso contro la (da sempre) “ambigua” produzione artistica di Cristian Bugatti, ma la mera constatazione d’una svolta, condivisibilissima, ma dai frutti ancora acerbi e decisamente non all’altezza di quel fico di Bugo.

Sono lontani i crudi fetori poetici nel segno di Rimbaud degli esordi. Ma è sfocato anche il Bugo-casilingo che aveva infiammato il Bel Paese diventando sfizioso Beckime per nerd e non. Il (sempre più) Cristian Bugatti di oggi, in cerca di “Nuovi rimedi per la miopia”, sembra volersi distaccare in parte dalle bizzarrie dei tempi che furono per farsi più ortodosso cantautore. Che dietro un goliardico divertissement si celasse un buon songwriter ed un pioniere del low-fi italico già si sapeva. Certo è che l’ipotizzabile svolta della (presunta) maturità stilistica che il nostro ci propone dopo quattro anni di assenza, dedicati al completamento del Bugo-artista tra cinema ed arti visive, risulta fotografia cantautoriale senza troppa messa a fuoco.

Non è efficace, in quest’aula di tribunale teatro di dispute riguardanti le sette note, parlare di “album brutto”, così minuziosamente studiato negli inserti electropop, le influenze beat ed il solito Battisti dietro l’angolo. Laddove però, nel passato,  Bugo era riuscito ad esser squisitamente grossolano con una verve da mattatore low-fi, un non-sense brillante ed un talento vulcanico paraculo ma brulicante di piacevoli intuizioni pressoché assenti in Italia, ora a quarant’anni suonati, ricorda sì il cantautore malinconico che aveva portato in giro “La gioia di Melchiorre” nel 2004, ma immensamente più prevedibile indie per cui confondibile. Il fantautore rimane un buon esponente dell’Italia canora indipendente, ma sembra aver perso un po’ d’ispirazione, di un po’ di quel (pane)pepe(e pan) che caratterizzava il Verbo Bugo che ha imperversato nella generazione Novanta. Cristian sembra entrato nel giro giusto della kermesse Sanremese, passato dal genuino cisei al dubbio lofai. Forse sarà più fruibile, ma da chi? Dai fan di Grignani? Ad ogni modo, ad un geniale fabbro di slogan generazionali e meravigliosa sagoma live, un mezzo passo falso lo si può decisamente perdonare. Si vuole un gran bene a Bugo. Che paghi la multa e rifaccia l’abbonamento.

Album non brutto, ma neppure bello, imputabile non certo d’un impietoso ergastolo dalle scene, ma quantomeno di una multa salata scontabile attraverso il musicalmente-utile ascolto dell’ultimo Dente.

LA DIFESA

Avv. Emanuele Binelli

“Nanana ho preso coraggio/ ho saltato il recinto e sono fuggito… E ora respiro”

Con queste righe, signori della corte, inizia programmaticamente la nuova fatica di Bugo. Mi permetto di richiamare la vostra attenzione su di esse… Perché queste righe sono con ogni evidenza una dichiarazione di libertà, di voglia di fuggire dal recinto in cui da anni il mio assistito, al secolo Cristian Bugatti  è stato costretto, nel quale, sì diciamolo, siamo stati un po’costretti tutti noi! Perché ogni nicchia – signori della corte – è anche un po’ prigione.

Come molti di voi forse ricorderanno già nel disco precedente il mio assistito stava cercando di saltare questo famoso recinto: In un disco come “Contatti” (2008) flirtava già infatti evidentemente col mainstream, provando a sedurlo, e non facendosi sedurre, un po’ come era riuscito a fare il miglior Morgan ai tempi dei Bluvertigo, o come riesce a fare Elio da molti anni. Il Bugatti, signori, è ormai un artista maturo, sa chi è e chi non è, e sa giocare le sue carte, ha collezionato una serie di riferimenti elevati in termini autoriali (nascondendoli con perizia sotto ad una facciata disimpegnata) e ha trovato una cifra propria e riconoscibile. E’ ora di mettersi in gioco e di giocare il tutto e per tutto. E qui lo fa, e facendolo ottiene due ottimi risultati: 1) di suonare più fresco, inquieto, interessante e libero di metà della scena alternativa o indipendente italiana 2) di indicare ai suoi simili (a noi signori, a noi del recinto!) una strada percorribile per il futuro, una sorta di corsia preferenziale dove farsi i cavoli propri ma senza atteggiamenti elitari o il vizio dell’ autoreferenzialità. Sembra facile? O forse è la cifra dei grandi? Ascoltate I Miei Occhi Vedono”, o la battistiana “Comunque Io Voglio Te”: non sono forse le canzoni leggere che Dente avrebbe dovuto scrivere?

Riconosco peraltro, signori della corte, che questo disco rispetto al precedente è meno forte al primo impatto, e che non contiene un brano killer come “C’è crisi” o in equilibrio tra l’alto e il basso come “Love Boat”, e nemmeno il brano folle dotato della speciale arguzia di “Nel giro giusto”. Però… però invito il Giudice e la corte a concentrarsi sul reale significato di questo disco: questo disco ha un valore storico non indifferente, perché in un periodo di crisi della discografia – com’è quello che innegabilmente stiamo vivendo – tenta un approccio maturo e radicale con la cultura mainstream, senza svendersi, e senza inventare “paesi reali” inesistenti, ovvero evitando le secche dell’autoghettizzazione. Vi pare poco? Per chi ha scritto questa banalissima arringa la musica italiana indipendente ha bisogno di artisti che compiano questo passo. I tempi sono maturi: c’è bisogno di ritrovare una visione generale, appunto non miope e non costretta dentro a un recinto che più che recinto è ghetto. E’ necessario guardare al di là del proprio giardino e scoprire che possiamo andare a fertilizzare uno spazio più ampio (e non parlo di fantomatici orizzonti internazionali più sognati che reali), altrimenti si rischia il soffocamento, l’entropia: siamo in troppi qui dentro. Di contro la realtà mainstream, quella della discografia che conta, ha bisogno di tener presente che quel maledetto recinto contiene anche cose interessanti, un po’ come ossigeno, e superando anche lei la miopia, rischiare qualcosa di più (che significa non solo mettere il bollino, ma provare a promuovere e distribuire adeguatamente anche altre cose). E intanto Bugo, sta lì in mezzo, bello come il sole. Ed è questo che per me significa questo disco, signori della corte. Più che un lavoro concluso in sé questo disco è un apripista per qualcosa che forse è ora che succeda. E’ un rimedio suggerito contro la sclerotizzazione, la noia e l’omologazione.

Non abbiamo molto da perdere. Oggi come non mai una presa di coscienza da entrambe le parti è necessaria e urgente. Per far ripartire la storia.

  • tale lorenzo dice che bugo era un suo eroe e poi scrive che bugo è un quarantenne quando invece bugo è del 1973 , ha 38 anni. dice che sono passati quattro anni dall’ ultimo disco quando invece sono tre. insomma, tanta superficialità ma soprattutto, cosa veramente grave, l’ accusa non ha argomenti e copia la recensione di rockit “album non bello e non brutto”.
    la difesa ,dal canto suo, è ricca, argomentata, propositiva, cazzuta, in una parola, è molto più convincente. complimenti ad emanuele.

  • valiumpost

    Ho votato, ovviamente per la difesa. Posso fare una piccola critica? Questa cosa del processo mi sembra una stronzata. Pace.