Demdike Stare – Triptych

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Febbraio 2011 ModernLove myspace.com/pookawig

Matilda’s Dream

Trinità. Tre opere compiute dal duo Sean Canty (digger di rarità horror\funk\etno\exp per la Finders Keepers: più che una label un atelier) e Miles Whittaker (DJ e Produttore): Liberation Through Hearing, Forest of Evil e Voices of Dust. E qui in sintesi naturale in un unico orgone.

Sintesi di movimenti unicellulari sottopelle che concludono le necessità della nostra biologia come solo il soma di Huxley potrebbe raggiungere. Una hall di incontro fra  i nostri migliori pensieri astratti, fatti per il gusto della nostra intellettualità e i nostri ritmici paranoici istinti.

Un anno e tale complessità. I Demdike Stare hanno svettato già dal buon risultato di Symbiosis. Tra l’onda witch house che ha saputo unire con successi alterni sonorità electro\ambient\hip hop e attitudine dark, e la scena dubstep ormai bulimica nella sue ramificazioni e intrusioni, i due produttori hanno successo nel loro obiettivo artistico di fondere una visione tribale, lisergica del minimalismo dub e la visione più astratta\exp dell’elettronica di ascendenza Pan Sonic.

La prima parte del trittico è composta dalle due lunghe composizioni: Dusk & Dawn. Qui si ci troviamo di fronte ad una costruzione ambient-elettrica e fantasmagorica come solo un’aurora boreale vista in negativo potrebbe essere. Ramificazioni e rasoi di loop crescenti in ritmiche ferrose sottotono crescono uniformi senza nessuna vetta. Mantenendo una tensione ansiosa leggera dentro una rugiada di ferraglia. Questa è Dusk. Dawn è invece più cupa e paranoica. Dentro l’eco di una cacofonia che proviene da lontano si imprimono beat percussivi e acuti, dal gusto analogico e ipnotico. Se il finale si apre al cielo e alla ossigenazione del pensiero è solo per prepararci al caos di Liberation Through Hearing.

Lasciando da parte volontariamente il riferimento colto alla tradizione religiosa tibetana (non sarebbe giusto approssimarla in poche righe), questo corpus intermedio striscia come un mantra dentro diversi stadi della mente. Tra la movenza propiziatoria di Bardo Thodol entriamo dentro lo stomaco dell’anima tra luci opache e caverne di pulsazioni gorgoglianti (Caged in Stammheim), per poi cadere dentro cieli e miti (Eurydice & The Stars are Moving). E’ un elettronica minimale e decadente quella di Demdike Stare. Minimale in quanto non vive di stratificazioni o beat complessi, ma vive di una visione onirica, atemporale della musica. Come una specie di versione noir dell’età dei sogni austrialiana.

Un gusto perverso che sboccia nell’ultima parte, Voices of the Dust, ovvero quando lo sciamano è steampunk. La sequenza Hashshashin Chant, Of Decay and Shadows, Desert Ascetic, ci inietta un tribalismo dub immerso in chip rottamati e modificati da tribù del deserto. Popoli di un mondo di sabbia e cielo. Popoli che percepiscono la “forza” degli spazi, dell’orizzonte e della notte.

I Demdike Stare scrivono bassorilievi in musei del sonno. Come figli bastardi di Lee Perry e più ambiziosi di Burial, questi due promettono molto, davvero molto.