Shellac @ Bloom, Mezzago 22/05/2011

Attitudine e Visual: per i 3 di Chicago l’attitudine è sempre la stessa, tanta umiltà prima e dopo il concerto (montano e smontano i propri strumenti da soli senza divismi o arie superflue) e grande impatto sul palco, allineati, con Todd Trainer, le sue bacchette al contrario e la batteria posizionati al centro, Steve Albini chinato sulla chitarra alla sua destra e Bob Weston, serio e imponente dall’altra parte impegnato al basso e ai cori. Non si risparmiano mai, questo è certo.

Audio: le mie orecchie hanno ricevuto quello che volevano, ovvero una scarica potentissima di adrenalina, rumore e distorsioni. Sebbene senza novità o sorprese il loro math rock è sempre efficacissimo e incendiario.

Setlist: avendo rilasciato l’ultimo disco oramai parecchi anni fa (“Excellent italian greyhound” è infatti del 2007) non ci sono le classiche direttive autoimposte del “Facciamo canzoni dell’ultimo disco per pubblicizzarle e perché ne abbiamo tanta tanta voglia”. Eh no. Aprono con My black ass e per circa un’ora e mezza deliziano il pubblico. Tanti i pezzi mancanti, ma non è il caso di recriminare troppo dopo aver sentito Prayer to god, Steady as she goes e Wingwalker.

Momento migliore: sicuramente la lunghissima The end of radio, introdotta in italiano da Steve con un continuo “Il microfono non funziona”, imitando quei pessimi fonici che per provare il microfono continuano a colpirlo con il palmo (ci sarà ancora qualcuno che agisce con così poco senno?), poi per stare in tema bestemmia in italiano tra le risate del pubblico. Bob suona all’infinito il suo giro, Todd si mette a gironzolare per il palco con il rullante in testa, menando colpi a casaccio. Albini inizia a delirare con le sue frasi (“Martina Navratilova could not get a sponsor, Martina Navratilova, your name is really funny to say, Martina Navratilova. I’ll be your sponsor. I wanna sponsor you, Martina Navratilova”), intervallando i discorsi sconclusionati, le continue ripetizioni (“Can you hear me now?”) a bordate di chitarra. Dal vivo è ancora più esaltante.

Pubblico: pochi giovanissimi, poche ragazze, tranne qualche bella eccezione gli astanti sono quasi tutti maschi, dispari o nichilisti o entrambe le cose, con un età media compresa dai 30 ai 40. Grado di esagitazione molto variabile: dal sudatissimo disperato da pogo al tranquillo ascoltatore immobile con birra in mano.

Locura: gli Shellac scelgono il modo migliore per chiudere lo show: mentre Todd continua a suonare i gli altri due posano gli strumenti e a poco a poco gli smontano la batteria, un pezzo alla volta (senza tralasciare nemmeno lo sgabello) mentre il suono si fa sempre più scarno e si interrompe quando non rimane più nulla da suonare. Quando il decostruttivismo è un arte.

Conclusione: un gran concerto, divertente, esaltante. La disponibilità dei musicisti a fine concerto a chiacchierare e fare foto ad oltranza con i fan è stata la ciliegina sulla torta. Stringere la mano a Steve Albini per tutto quello che ha fatto sia come musicista che come tecnico del suono e produttore era il minimo.