Ladytron – Gravity the seducer

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13 Settembre 2011 Nettwerk

Mirage

“I ladytron abbandonano il lato oscuro” potrebbe essere il sommario di questa recensione, ma sarebbe solo sensazionalismo: non si sono tinti di biondo platino e nemmeno si sono fatti crescere i rasta; la loro essenza un po’ dark, un po’ retro, rimane intatta.  E’ che dopo ormai dieci anni di carriera e molte soddisfazioni, tra cui suonare di fronte al fianco di grandi artisti come Nine Inch Nails e Brian Eno, ora giustamente inizia la fase di sperimentazione, che per adesso però si limita a un po’ di maquillage.

Gravity the seducer infatti ha ancora in sé gli stilemi che hanno ispirato da sempre questa band: i sintetizzatori ci sono ancora, così come la batteria elettronica e tutto quanto serve per rientrare di diritto nella categoria “electro”, mantenendolo comunque all’interno di un’estetica decisamente personale e sui generis, accessibile ma non sfacciatamente pop. La differenza col passato è solo  l’attitudine che finora ha caratterizzato i loro album: infatti sonorità claustrofobiche e percussioni industrial sono stati messi da parte per lasciar spazio ad atmosfere più distese. Non più synth che suonano refrain ossessionanti, ma che si stendono a mò di tappeto (come in Ninety degrees), insieme a cori un po’ angelici e un po’ gotici, su cui si adagiano melodie estatiche (ad esempio in Ambulances)  e all’uso di strumenti finora pressochè inediti per la band, come il piano di Moon Palace o le tastiere vintage in White Elephant.

I pezzi più ritmici vengono lasciati decisamente in minoranza, affidati alla strumentale Ritual, nella quale comunque è l’ariosità a farla da padrone, a Meltin Ice, dove l’attacco funereo lascia il passo a una melodia vocale in cui orecchiabilità e ricercatezza estetetica sono perfettamente bilanciati (come del resto in tutti gli altri brani), mentre le percussioni elettroniche in White Gold e il breakbeat – anch’esso elettronico – che sostiene lo spoken word di Altitude Blues sono lì a ricordare da dove vengono musicalmente i Ladytron.

Siamo di fronte quindi a un disco pregevole, prodotto con un’evidente maestria e attenzione ai dettagli, ma che con un po’ più di coraggio avrebbe consegnato ai Ladytron le chiavi per l’accesso all’olimpo dei gruppi synthpop/dark: a braccetto coi Depeche Mode e i NIN, giusto per andare oltre le etichette. Al momento sembra invece preferiscano cercare di non scontentare i propri fan, pur riuscendo a sfornare un album di sicuro valore artistico e che mostra ancora una volta l’eclettismo di questi ragazzi. Per entrare nella storia, dopotutto, c’è ancora tempo.