Meshuggah – Koloss

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Pensando ad Umeå, ridente cittadina nel cuore della Svezia, vengono in mente due cose: i viali di candide betulle di quella che è soprannominata “La piccola Stoccolma” e i Meshuggah. Saranno gli immobili paesaggi baltici, le sventagliate di vento che rosicchiano gli occhi o il freddo che dilata i movimenti, ma il tellurico combo svedese, capace di traghettare il Grande Nord del metallo verso il nuovo millennio, prende sempre con una certa calma la fase compositiva delle proprie creature: Koloss, settimo album in studio per gli svedesi in seno alla Nuclear Blast Records, arriva a distanza di ben quattro anni dall’ultimo ObZen (2008).

Una serafica stasi quasi spirituale, in attesa di una nuova Apocalisse. Una concezione di tempo (ma anche di discografia e marketing) autarchica che rifugge i compromessi. Diciamolo subito, Koloss è un disco dei Meshuggah e da Meshuggah: nessun assioma sconvolto, cifra stilistica ancora lacerante e tutto sommato ancora convincente seppure invariata. Nuove sfumature, vecchie lacrime nell’attesa di un nuovo I, qualche giro a vuoto. Non deludono le carneficine come The hurt that find (massacro in 2/4 che si conclude però con un’ecatombe di riverberi), la rissa ubriaca e molesta di Marrow e soprattutto l’urticante Swarm (dimenarsi disperatamente come immersi in uno “sciame” noise senza via di fuga). Lapidario il grido conclusivo di I’m Colossus che diventa l’emblema di un’ottima performance del vocalist Jens Kidman, spesso incisivo nell’economia del disco. Stimolanti le fughe sludge di Demiurge, il grottesco ricamo prog di The Demon’s name e la coda quasi ambient di The Last vigil. Tematiche e liriche, un gradino sopra rispetto a molti colleghi di genere ed epigoni, fanno sì che il Colosso Meshuggah occupi nuovamente una posizione di prestigio e affermi una fisiologica supremazia sulla scena.

Parole (e note) plasmate con enfasi e retorica certo, dogmi scolpiti su pietra, i Comandamenti d’un Demiurgo onnisciente che non fa sconti a nessuno: la finta libertà della plutocrazia, l’avarizia come motore perverso della società, l’ottundimento delle coscienze che letale sfocia nel conformismo più bieco e l’estinzione umana (come unica soluzione?). L’eternità ripiegata in formato compact disc. E poi? Meshuggah.

  • Stiv

    Obzen che Dozen ma vabbè di cui questo è un po’ troppo debitore