Nas – Life is Good

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“Autoreferenzialità” è la parola che viene in mente già dal titolo della nuova fatica di Nas, “Life is good”.
Il concetto si trascina per tutto il disco, una celebrazione della sua persona e del suo ruolo nella storia dell’hip-hop.

A rappare è un artista che ha raggiunto la sua maturità stilistica, un’icona dal flow e dalle metriche inconfondibili, che abbandona quasi del tutto l’aggressività dei lavori precedenti per dare vita ad un’opera dai toni più pacati. I beats sono di buona fattura, pur rimanendo sempre in secondo piano rispetto ai tecnicismi del Don; una scelta artistica comprensibile solo in parte, in quanto se da un lato le liriche riescono con disinvoltura a farla da padrone, d’altro canto una sezione strumentale più audace avrebbe conferito al disco il quid necessario a superare le aspettative.
I fan di lunga data non rimarranno delusi, i virtuosismi metrici di sempre non mancano, ma difficilmente quest’album attirerà un pubblico nuovo: tutte le tracce si configurano come ottimi esercizi di stile che, tuttavia, non lasciano alcuno spazio alla sperimentazione.

Questa tendenza ad adagiarsi sugli allori permea l’ascolto nella sua interezza, al punto che neppure le collaborazioni aggiungono varietà e sembrano scelte in virtù di formule assiomatiche. Il mondo dell’hip-hop sta cambiando, ma Nas non vuole o non riesce a stare al passo coi tempi che corrono, preferendo rimanere cristallizzato in un’epoca gloriosa ma, purtroppo o per fortuna, ormai passata da tempo.