Swans – The Seer

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C’è un punto di partenza fantastico alla base dei “Nuovi” cigni. Quella visione lungimirante appartenente ai ricercatori d’estasi, ai liberi pensatori smarcati dal bisogno di comporre per profitto ma illuminati dallo scorrere del tempo, consci di poter scrivere solo per se stessi, per appagare la propria creatività. Michael Gira oggi è esattamente questo, un musicista cinquantottenne che non deve render conto a nessuno per la propria musica, se non a se stesso o al limite a Dio. Per questo quando due anni fa pubblicò il ritorno degli Swans “ My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky “ – Dopo un’assenza durata quindici anni -, sentì di non aver esaurito completamente il discorso, saldo nell’idea d’adottare un approccio più esaustivo a partire dal lavoro seguente. In questo senso, immediatamente dopo la pubblicazione, Gira descriverà “The Seer” come culmine di un processo durato trent’anni, facile capirne il perché, facile immaginarlo fermo nella sua concezione di suono come sesso tantrico, appagato dalla propria arte. Il filo conduttore è l’infanzia, mentre il modus operandi, l’abbandono. Abbandono alla musica stessa, all’istintività insita nei gesti e nella riproduzione di un suono originale che mutua in certe ossessioni sonore – Mother Of The World” –  l’esperienza di quel Glenn Branca conosciuto agli albori della band, quando la No-Wave di New York poteva mettere sullo stesso palco questi due straordinari performer.

Il disco nasce sulla strada, nasce dalle esperienze live inerenti alla promozione del precedente albo, quando tra una pausa e l’altra si stagliavano le jam che comporranno i trentadue minuti dell’omonima The Seer. Il veggente è molto più di una session, è magica, ipnotica come l’ode all’ingresso di un personaggio oscuro, temibile e venerato. L’incipit stridulo di fiati dura quasi tre minuti ma tutti necessari per la proclamazione, poi un gorgo sempre più fitto si dissolve in tiepidi rintocchi di rullante fino a quel mantra vocale quasi meccanico, cesellato d’arpeggi e vocalizzi da liturgia psichedelica, tutto in previsione di un secondo tratto più sopito, silente, scandito da imperiosi accenti batteristici sulla strada della dissoluzione assoluta. Gira possiede una concezione di rock totale capace d’inquadrare nello stesso canovaccio Pink Floyd e Stooges, trascendenza e dissolvenza, rabbia ed estasi. Processo mediante il quale tutte le dinamiche diventano pertinenti al raggiungimento di un fine unico, estatico – Lunacy” -. Nel culmine dei ventitre minuti di The Apostate, la batteria diventa dapprima mitragliatore nella nebbia, per poi prender parte ad una versione “Jazzy” lincatropa di Ministry e Killing Joke .Song Of A Warrior vede Karen O – Yeah Yeah Yeahs – alla voce per il pezzo più incline alla “forma canzone” del lotto, mentre in The Wolf trova persino spazio una ninna nanna suicida.

Michael dice di essere già pronto con pezzi nuovi, vede la sua creatura come l’estensione del proprio pensiero, come qualcosa che gli procura estremo godimento. Faccia incazzata, cappello da cowboy e nessuna intenzione di suonar diverso da come suona nei propri sogni/incubi. Coerente e libero.