Ben Folds Five – The Sound of the Life of the Mind

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Sarà che il grunge prima e il brit pop poi hanno monopolizzato la nostrana inquietudine giovanile e la voglia di fuga dal peculiare provincialismo musicale italico; sarà che il loro stile musicale, pur essendo sui generis, è connotabile come molto americano, sarà che internet da noi non era ancora così diffuso da permettere a chi cercasse ascolti nuovi di affrancarsi dalle autoctone centrali di filtraggio di musica “alternativa”, sarà quel che sarà, ma i Ben Folds Five, nel  loro primo periodo di attività a cavallo tra la metà e la fine degli anni 90, pur godendo di una discreta fama oltreoceano, non sono riusciti a fare breccia nel nostro stivale.

Poco male però, perché le reunion, quando avvengono sotto il sincero impulso di creare nuovamente qualcosa insieme, hanno come risvolto positivo quello di far conoscere band che altrimenti avrebbero rischiato di essere (magari ingiustamente come nel loro caso) snobbate. Quale migliore occasione di questo nuovo disco quindi per ascoltare la musica di questo trio della Carolina?  Trio, sì: a dispetto del loro nome i Ben Folds Five sono solo tre, con una lineup che si distingue dal rock “classico” per il pianoforte (suonato magistralmente da Ben)  al posto della chitarra elettrica come strumento sia melodico che ritmico. Come mai Five allora? vi starete chiedendo. Semplicemente perché il loro leader carismatico (Ben Folds appunto) non era contento di come avrebbe suonato il nome Ben Folds Three, e così…

Dopo una pausa iniziata nel 1999 a seguito del loro terzo disco “The unauthorized biography of Reinhold  Messner” (che, non ci crederete, ma non è l’alpinista altoatesino)  i tre Five si sono presi una pausa per concentrarsi sulle rispettive carriere soliste, salvo poi reincontrarsi per un live nel 2008 prima e nel dicembre 2011 poi per incidere alcuni pezzi di un best of della carriera di Ben. Da questo re-incontro con i vecchi compagni Robert SledgeDarren Jessee nasce l’idea di un nuovo album, che come una vera e propria gravidanza viene partorito dopo nove mesi.

Riprende così dal punto in cui era stata interrotta l’epopea di questi cinque che non sono cinque: il loro caratteristico stile, fatto di personaggi che incarnano la quintessenza del perdente, di sentimentalismo malinconico, umorismo tagliente e qualche raro eccesso di bile che è valso loro la definizione autoironica coniata dallo stesso Ben Folds di “punk rock for sissies” (traducibile grossomodo come punk rock per frocetti) è sopravvissuto intatto a questi anni di pausa, e anzi ha dato loro un nuovo slancio per creare un album che consolida la maturità artistica del gruppo.

Tra i brani che svettano sicuramente c’è Erase me, che apre il disco in modo molto deciso e con un mood cupo, con il piano di Ben che sprofonda su note gravi salvo poi ritornare alle consuete altezze; è l’inizio ideale per chi temeva che i Five non sarebbero stati all’altezza delle aspettative. La successiva Micheal Praytor, five years later invece è molto più orecchiabile, con tanto di ritornello in falsetto e armonie vocali. La title track, concepita peraltro in collaborazione con lo scrittore Nick Hornby, si apre con un’ariosa melodia pianistica, che conduce il brano in un ritornello prima e un assolo di piano poi che sono di puro pathos.  Sulle note di questo pezzo viene dipinto il personaggio di Sara, ritratto di un’adolescente  che fugge  dalla mediocrità che la circonda rifugiandosi nello studio e nelle attività considerate  da secchioni dai suoi coetanei. Being Frank, Hold that tought, Away when you were here hanno in loro l’inconfondibile marchio di fabbrica dei pezzi più melodici dei Five, e sono inframmezzati da brani più ritmici e più irriverenti come Draw a crowd, nel quale Ben con un abile gioco di parole dispensa una perla di  saggezza del calibro di “if you can’t draw a crowd/draw dicks on the wall” (se non riesci ad attirare le folle/disegna cazzi sui muri) e Do it anyway, che ha quasi le sembianze di un pezzo da saloon del vecchio west.

Come ciliegina sulla torta c’è Thank you for breaking my heart, nella quale su una commovente  melodia pianistica Ben canta con umorismo intriso di malinconia di come le delusioni amorose siano utili a ricordarci che abbiamo un cuore.

Ordunque, affezionati lettori, approfittate di quest’opportunità che i Ben Folds Five ci hanno concesso: ascoltateli finché sono ancora al loro meglio; ciò farà del bene alle vostre orecchie e rinfrancherà il vostro spirito, ma soprattutto renderà giustizia a una band che da queste parti avrebbe meritato e merita tutt’ora una considerazione ben maggiore di altri gruppi stranieri che si sono fatti strada a suon di piano.