My Bloody Valentine – MBV

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Quando ascoltai Loveless la prima volta avevo 20 anni. Quell’estate del 2005 trascorsi un paio di settimane in un’amena località balneare abruzzese. Era la prima sera, mi trovavo sulla sommità d’un albergo proteso verso il mare, e serbavo con me l’inseparabile lettore portatile che avevo provveduto ad intasare di brani procurati frettolosamente prima della partenza. Sulla spiaggia il cielo era limpido e spirava una brezza teporosa e carezzevole, ma al largo s’erano addensati nuvoloni cinerei gravidi di pioggia. Man mano che i brani s’avvicendavano in riproduzione casuale, la situazione all’orizzonte si faceva sempre più turbolenta, fino a degenerare in una spettacolare tempesta. In quel momento partì Only Shallow. I lampi dei fulmini balenavano nel buio, inabissandosi tra il tumultuoso rimestarsi delle onde, ma nulla di quel sordo cataclisma arrivava a riva, a testimoniare l’immane baraonda che imperversava a soli pochi chilometri di distanza. All’epoca non avevo idea di cosa fosse lo shoegaze, ma alla fine della canzone ne captai perfettamente lo spirito: un caos quieto e amniotico saturo di elettricità; un groviglio etereo, inestricabile e stordente di suoni spaventosamente celestiali e  trasognatamente agghiaccianti. La migliore colonna sonora mai concepita per l’ebbrezza e l’inquietudine del sentimento amoroso. Negli anni successivi avrei esplorato diligentemente tutta la scena dei cosidetti shoegazer, sviscerandone esponenti noti (Slowdive, Ride, Catherine Wheel, Pale Saints, Lush, Swervedriver) e meno noti (Bailterspace, Secret Shine), ma nessuno di essi è riuscito a riprodurre l’incanto insondabile di quell’alchimia emotiva. Il genio indiscusso di Kevin Shields si manifesta precisamente nell’aver inventato un tipo di musica tanto alieno ed ineffabile da innalzarsi su qualsiasi altra cosa sia venuta prima e dopo.

A 22 anni di distanza dall’uscita di Loveless, l’avanzamento tecnologico consente potenzialmente a chiunque di confezionare il proprio disco shoegaze autarchico (senza far fallire una casa discografica come la Creation), eppure quasi nessuno degli innumerevoli discepoli postumi dei My Bloody Valentine è riuscito ad eguagliarne l’essenza più viscerale. Produrre un suono shoegaze non consiste nel sublimare motivetti pop inoffensivi annegandoli in tonnellate di feedback, fuzz e distorsioni (chi ha detto The Pains of Being pure at Heart?), ma nel far flirtare caos e melodia in un abbraccio sibilante e inscindibile.  La musica shoegaze, quella vera, è assimilabile ad un’esperienza sinestetica da acido: non si ascolta, ma si lambisce delicatamente con la punta delle dita; si succhia con voluttà lussuriosa; si ammira estasiati in preda ad una sindrome di Stendhal uditiva paragonabile a quella che ti ghermisce davanti ai migliori dipinti impressionisti.

Con simili premesse, non sorprende l’attesa spasmodica che ha accompagnato i primi timidi proclami da parte di Shields a proposito della reunion e della pubblicazione, tanto repentina quanto inaspettata, di questo Mbv. Un’impazienza febbrile che ha portato il sito ufficiale della band, la notte del rilascio del disco in formato digitale, al crash immediato a causa dei troppi accessi simultanei. Sarà valsa la pena di aspettare così tanto un’uscita su cui si è favoleggiato per due decadi? Se si pretendeva qualcosa di clamoroso ed epocale come fu Loveless nel contesto discografico dei primissimi anni novanta, la risposta è immancabilmente negativa (d’altronde bissare un tale capolavoro sarebbe stato impossibile), ma con questo, sospiratissimo terzo album i My Bloody Valentine riaffermano con prepotenza la loro superiorità genetica su tutti gli epigoni snaturati che ne hanno ereditato la scia. Anche solo per questo, ad imperitura lezione verso le nuove generazioni, Mbv meritava d’essere inciso.

Fin dai primi istanti dell’opener  She Found Now si ha l’impressione di tuffarsi in un’oasi paradisiaca e rarefatta il cui accesso ci era precluso da tanto, troppo tempo. Una colata di miele incandescente fluisce languida nel condotto uditivo e all’improvviso ci si scopre a vagare in una torpida foschia in cui è dolcissimo smarrirsi, irretiti e ipnotizzati dal flebile richiamo d’una sirena ultraterrena nascosta tra le spire di qualche nebulosa lontana. Il brano, completamente privo di orpelli percussivi, sancisce una totale continuità col suono primigenio della band. In Only tomorrow le chitarre ronzano indolenti fino a coagularsi in un magma pulsante d’elettricità, dal quale sgorga ovattata una delle linee vocali più melodiche ed accattivanti del disco. Who sees you traghetta idealmente l’ascoltare da una prima parte ricalcata pedissequamente su quanto fatto in passato ad un secondo troncone affatto diverso, introdotto da Is This and Yes. Frasi ripetitive e minimali d’un organetto sintetizzato  rievocano immediatamente lo spettro degli Stereolab, iniettandoci, però, un insolito piglio zen (percussioni appena accennate, bollicine d’elettronica, vocals costruite unicamente sul reiterarsi di bisbigli e sussurri). If I Am ispessisce la massa sonora d’intricate tessiture  tra chitarra e synth, ma il risultato è ben poca roba se messo a confronto con vecchi capolavori di stratificazione impenetrabile e frastornante (leggasi To Here Knows When). Alla fin fine il pezzo si segnala più che altro per il curioso e fugace omaggio, collocato in coda, al seminale masterpiece avantgarde Rainbows in Curved Air di Terry Riley.

New You
, col suo ritmo vagamente funky innestato sul tremolo delle chitarre, è l’unico episodio di Mbv ad avvicinarsi alla forma canzone tradizionale, nonché l’unico potenziale singolo d’un disco altrimenti ostico per qualsiasi orecchio profano. Da questo momento in poi comincia il trittico che conclude l’album, improntato ad uno slancio in avanti verso quella che potrebbe essere la futura evoluzione del gruppo. In Another Way è uno di quei miracoli che ti fanno capire perché i My Bloody Valentine sono meritatamente inscritti nella leggenda del rock. Una drum machine scalpitante ed una distorsione d’inusitata violenza proiettano l’ascoltatore in uno sconfinato e labirintico trip sonoro culminante in un landscape allucinatorio di synth e synth guitar lanciati in loop sovrapposti potenzialmente inesauribili.  Dopo qualche passaggio un po’ più blando e fin troppo ancorato all’orbe terracqueo, si torna finalmente a veleggiare tra le Immensità sideree. Nothing Is prosegue l’opera di disorientamento sbattendoci in faccia 4 tellurici minuti di techno-hardcore escoriato da fuzz abrasivi, senza che intercorrano variazioni significative di timbro e ritmi. Neanche il tempo di riprendersi dalla perplessità e dall’emicrania incombente, che ci s’imbatte nell’incredibile Wonder 2, qualcosa di simile ad un rave party drum’n’ bass tra marziani su un ufo alla deriva nella stratosfera. Ossessiva ai limiti della cacofonia, implacabile, lisergica, delirante, apoteosi sublime d’ un modo unico ed irripetibile di concepire l’approccio alla musica psichedelica e alle vecchie sonorità jungle (che gli stessi My Bloody Valentine contribuirono a forgiare), Wonder 2 è uno dei picchi di creatività di Mbv e lascia ben sperare circa un seguito che ci si augura sia maggiormente celere nei tempi di composizione e gestazione.

I detrattori, coloro che affilavano i canini aspettando Kevin Shields al varco, diranno che il risultato complessivo, per essere il frutto di 20 anni di rimaneggiamenti, è modesto; che Loveless e Isn’t Anything erano un’altra cosa; che parte del materiale è raffazzonata e che s’avverte, qua e là, la mancanza di caleidoscopi pop di sicura presa come Nothing much to lose o Sometimes. I detrattori hanno tutte le ragioni del mondo, ma se anche voi, come me, all’ascolto di She Found Now avevate il groppo in gola e gli occhi velati dalla commozione, fate vostro immediatamente (magari in vinile) un gioiello che fa pur sempre scempio di qualsiasi cosa si definisca shoegaze là fuori.

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