Jay-Z – Magna Carta Holy Grail

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Se non si potesse, o volesse, guardare in nuove direzioni se non si avessero dubbi o non si riconoscesse il valore dell’ignoranza, non si riuscirebbero ad avere idee nuove. Questa libertà di dubitare è fondamentale nella scienza e, credo, in altri campi. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza. – Il senso delle cose, Richard Feynman, 1998

Il dubbio sta alla base del sapere e della conoscenza, del progresso e della contemporaneità, per come li intendiamo: l’incertezza è il centro nevralgico di un processo di ricerca continua che tende alla verifica. La scoperta non può esistere, senza l’audacia; il genio, più che altro, si oppone alla comodità rassicurante delle convenzioni. All’interno della produzione di un artista occorre che si osservino le evoluzioni e le rivoluzioni, perché si possa coglierne la portata storica e il valore innovativo, oltre che lo stesso valore artistico. Il rap, intrinsecamente, per come è strutturato, ha permesso ai propri esponenti più intelligenti un margine di rinnovamento (e miglioramento) trasversale, che va dai messaggi, al flow, alle produzioni.

Jay-Z, in questo senso, si è rinnovato sempre a metà: non è rimasto uguale a se stesso, ovviamente (e ci mancherebbe, da vent’anni a questa parte), ma neanche si è mai opposto ai trend imposti da ogni era. Questo Magna Carta Holy Grail non fa eccezione, ammiccando a un pubblico che non è più lo stesso di dieci anni fa, ma neanche di martedì scorso, per dire; un pubblico che si evolve e cresce con la rete, che rifiuta i cliché che hanno contraddistinto il rap per tre decadi, ma che grida al miracolo, se, con quegli stessi cliché, si riesce a pasticciare qualcosa di nuovo. La consapevolezza maturata, da una generazione che è nata e cresciuta con il rap, ha permesso che tutto quello che, in precedenza, era esclusiva black, oggi sia nostro, nel senso di tutti; che un Riff Raff possa elevare il grill a nuovo, iconico emblema del white trash, e che ciò non infastidisca, finalmente, più nessuno. Il pubblico rap è cresciuto, e là dove i tentativi maldestri di unione imposta dall’alto hanno fallito, l’ironia (sempre lei, comunque, qualitativamente, la si voglia intendere) è riuscita ad avvicinare ogni giovane appassionato. Jay-Z si presenta con un disco che vuole essere una summa (superficiale) di sonorità classiche e innovative, di un flow antico (che, poi, è quello che dovrebbe confarsi maggiormente al nostro) e di esperimenti simil Rick Ross, simil Asap Rocky, simil OFWGKTA. Nei momenti migliori, questo disco è un macigno, davvero, e sei felice che questo qui continui a fare i dischi, nonostante l’impero che si è costruito attorno; nei peggiori fa pena, come quei vecchi coi baffi e le magliette strette e i pantaloni troppo corti. Il pensiero occidentale si basa su binari conoscitivi che travalicano una concezione del sapere legata ai caratteri dogmatici della tradizione e delle religioni, per impostare il proprio sviluppo sulla ricerca. Ecco, Jay-Z è più del genere orientale, forse, con tutta quella storia delle tradizioni, della sicurezza. Del resto, stiamo parlando di un brand che muove milioni di dollari: semplicemente, non può permettersi che qualcosa vada storto, per questo non vuole scontentare nessuno, ma se non scontenti nessuno che cazzo innovi. Un cazzo.

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