Echo Bench – Echo Bench

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Diaspore e migrazioni. Israele come lembo di terra per fare il punto della situazione, per assemblare le influenze. Musica Yemenita, Jazz, classica a volte pop, oggi Post/Punk. Tel Aviv scioglie finalmente il giogo ad un’oscura femminilità ormai impossibile da controllare. Tre ragazze di nero vestite portano in dote le esperienze chiaroscurali della Wave inglese, di Seattle e della New York sonica: rimodellandola sugli standard odierni. Donne della nuova generazione: pittrici, scultrici e registe, artiste complete capaci d’imporsi nella propria terra, lanciando un segnale chiaro. Finché non succede che Colin Newman (Wire) ascoltando l’album ne rimanga colpito, decidendo di remixare il brano ‘French’; finché non se ne accorgono anche dalle nostre parti, e la V4v produca un disco che non mi vergogno nel definire come piccolo gioiello.

Un Moniker preso in prestito da Martha And The Muffins, un crogiolo d’oscurità sonica che si apre dolce su ritmiche à la XX  ‘The Same Mistake‘, per poi dare ampio sfogo ad una gamma di gradazioni a supporto dello schiantarsi fragoroso di culture; il Post-Punk musicato da un Muezzin in giubbotto di pelle ‘High Noon‘ e le chitarre dei primi Nirvana viste in ottica Newyorkese ‘High Roller’. La prima Siouxie ‘Broken‘ e le rivisitazioni Youthiane di ‘Liquid Sky’. Tutto ‘Do It Yourself’ come usava nel ’77: tutto nell’ottica di una femminilità che finalmente, anche in questi luoghi, cerca di attrarre pericolosamente, d’indurre al peccato, sfoderando le armi insidiose di cui dispone.

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