Celebration – Albumin

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Potremmo parlare di una versione più ardita di Florence + The Machine. Potremmo parlare di una versione più sperimentale degli Alabama Shakes. Forse, tuttavia, è più utile considerare “Albumin” qualcosa di separato, distante. Un compito difficile in virtù di tutti i generi che si amalgamano nel disco, eppure necessario perché nessuno di essi si accosta mai abbastanza ad “Albumin” da inserirlo in un contesto preciso. Persino la definizione di “psychedelic soul” che spesso viene associata al gruppo non è sempre calzante: “Razor’s Edge”, la traccia di apertura, sembra dare credito all’epiteto, ma già “Tomorrow’s Here Today”,  che la segue, lo smentisce con il suo essere orecchiabile nel modo più convenzionale possibile; il resto dell’album non è da meno e la sua natura cangiante diventa sempre più evidente non solo da traccia a traccia, ma persino all’interno della stessa canzone. Al massimo, quindi, si può parlare di un “soul ingannevole” che affronta con spensieratezza il proposito di offrire atmosfere più sognanti (“Solstice Rite”) o di mostrare quante digressioni sonore possano esserci una traccia sola senza che l’ascoltatore perda interesse (“Chariot”). Una volta metabolizzato l’effetto sorpresa, il disco continua comunque ad essere un’esperienza la cui profondità è direttamente proporzionale alla voglia dell’ascoltatore di coglierne le innumerevoli sfumature, anche nei brani che a primo impatto hanno un sound più classico (“I Got Sol”). Il filo conduttore dell’opera rimane la naturalezza con cui l’audacia della sperimentazione non ne compromette affatto la fruibilità e, anzi, è in grado di accattivare soprattutto chi prima dell’ascolto non ha idea di cosa aspettarsi.

[schema type=”review” name=”Celebration – Albumin” author=”Vincenzo De Lucia” user_review=”3″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]