Sun Kil Moon – Benji

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Nella vita di ogni ascoltatore seriale c’è sempre un momento della rivelazione, la scoperta mistica di un qualche pezzo, che rende l’ascolto di musica un gesto profondo, di condivisione sentimentale: un istante magico. Quello che vi racconta le molteplici storie di questo disco, anche lui ha vissuto uno di quei momenti indimenticabili, qualche anno fa. Quando ero al liceo, infatti, passai per numerosissime tappe determinanti da una musica d’intrattenimento a una musica che non chiamo d’impegno, ma comunque necessaria: la musica che si fa bisogno primario. Passai in un istante dai Blink-182 ai Noir Desire, a Bonnie Prince Billy, ai Red House Painters: questi ultimi tre nomi condividevano tutti il fatto di aver creato una canzone che fosse il vestito a me più consono, o con suono se volessimo giocare. Take Me Out, anno 1993, fu uno tra i tanti momenti rivelatori che mi investirono, questo uno dei più imponenti, e da allora mi ritengo profondamente legato all’anima di Mark Kozelek, al tempo capo dei Red House Painters, ora uomo nascosto dietro il nome Sun Kil Moon. Mark è un uomo che con le parole riesce a creare poeticissimi scorci di morte e rassegnazione: negli anni novanta lo faceva meravigliandosi dell’orrore che andava descrivendo, ora lo fa con rassegnazione e rabbia – due moti consequenziali dell’intendere. Sopratutto una cosa sembra essere cambiata: il mondo del cantautore ha subito una traslazione da una dimensione metaforica, simbolista, verso una invece maggiormente intimista, personale, chiara, sorprendente. Se prima si cantava music of this crazy time, ora si potrebbe intonare music of this crazy Ohio: dal tempo astratto al luogo concerto, patria di Mark. Ma il principio creativo è sempre lo stesso, permane in una sorta di rinascita nel dolore, e non dal dolore:

That sound coming from those holes

A voice that soars

And takes my wounds with it

To levels unknown

Il sorprendente – l’elemento nuovo – del rinato Mark Kozelek risiede nel fatto che la Storia sboccia, come profumato giacinto, fuori dalla sua esperienza personale, sottile stelo: Benji è una lunga vita narrata a partire dall’infanzia – e in quanto vita, successione di vite –, da quando il nostro cantautore andò, nello stesso periodo in cui ascoltava per la prima volta David Bowie, al cinema a vedere l’omonimo film di Joe Camp, anno 1974: And I saw the movie Benji in theatres, come canta nel capolavoro Micheline. E se parlavamo di esistenza nelle esistenze, questa prima canzone che andiamo citando esemplifica il ricco processo letterario dove la confusione di voci e soggetti caratterizza la storia di una ragazza affetta da ritardo mentale:

Micheline used to come to our house and knock on our door

My dad would answer and say, “What do you want girl?”

And she’d say, “Can I take a bath with Mark?”

My dad would say, “My son ain’t here

Send her home and shut the door and we’d all laugh

And Micheline would walk down the street

Glowing and smiling like she just got Paul McCartney’s autograph

E ovviamente l’Uomo che è oggi Mark  – dopo aver narrato questa lunga e misteriosa storia della giovane ragazza – non può che arrivare ad una conclusione: Micheline / She wanted love like anyone else. Una storia che mi ha fatto andare la mente a quel bellissimo discorso tenuto da George Saunders, nel quale egli andava descrivendo una sorta di archè, un principio morale, identificato nella gentilezza: ciò che rimpiango di più nella mia vita è aver mancato di essere gentile. Mi riferisco a quei momenti in cui davanti a me c’era un altro essere umano, addolorato, e io ho reagito… assennatamente. In modo riservato. Bonario. Dove la differenza sta nella consapevolezza delle due vittime rispetto alla loro inettitudine. Ma andando avanti nella nostra analisi vediamo come in questa canzone emerga anche un secondo fattore interessante, seppure di solo interesse biografico. Ad un certo punto infatti si canta: In ’99 I was on tour in Sweden when I called home / To tell my mom that I got a part in a movie. Il film in questione è il vincitore del premio Oscar Almost Famous di Cameron Crowe.

Le prime note a catturare l’ascoltatore, però, sono quelle della magica Carissa, nome di Carissa J. Sampsel ovvero una cugina di Mark. Questa canzone è la storia di una morte, una delle tante presentate in questo album, in questa raccolta di lente paralisi americane: una morte tra l’altro causata da un incidente stupidissimo; ovvero, l’esplosione di una bomboletta spray (Carissa burned to death last night in a freak accident fire), che qui svolge un ruolo di rivelazione epifanica per il cantautore:

Carissa was thirty-five,

You don’t just raise two kids, 

and take out your trash 

and die

Ciò che rende magico questo pezzo è la storia del rapporto tra i due, tra Mark e Carissa: un rapporto che non è mai esistito in realtà, se non nell’inconscio, o come aspettativa ed attesa. I due si erano incontrati probabilmente ad un funerale qualche anno prima, ma non si erano nemmeno notati, davano il loro rapporto per scontato, in quanto famigliari, come spesso accade; una voce tra le tante:

I guess you were there some years ago at a family funeral

But you were one of so many relatives I didn’t know which one was you

Eppure Mark rimane scosso da questa storia, tanto da inserirla nelle esperienze degne non tanto di nota, quanto di note – stesso discorso di prima. Nella morte sente sempre più stretto il suo rapporto con la cugina, ma non solo con lei, per quella strana storia, stando alla quale desideriamo sempre ciò che non possiamo avere. No, in realtà l’essenza del discorso è più profonda, è un pianto diretto alla decadenza e al decadimento:

From my earliest memories I was a very melancholic kid

When anything close to me at all in the world died

To my heart, forever, it would be tied 

(da I Watched the Film “The Song Remains The Same”)

La maniera in cui la canzone viene chiusa rende il tutto ancora più memorabile: uno dei momenti più intimamente poetici che mi sia capitato di leggere ultimamente nel testo di una qualche canzone – una devozione alla voce di stampo religioso, una dizione poetica rigorosa. Recita così:

She was only my second cousin

But that don’t mean that I’m not here for her or that I wasn’t

Meant to give her life poetry

To make sure her name is known across every sea

Una strofa che ricorda tanto quel famoso verso del Sonetto 18 di Shakespeare: Because in my eternal verse you will live forever. Del resto si sa: il compito del poeta è spesso quello di ridare vita alla morte, nelle sue diverse manifestazioni, che siano esse fisiche o simboliche. Una morte sentita come fardello, e al contempo dono, da eterizzare e rivitalizzare: ridare fiamma e forma alla cera consunta.

Truck Driver invece rievoca la storia di suo zio: ennesima storia tragica e folle. Lui, pellerossa, morì – e la storia si ripete – per lo stesso motivo per cui è morta Carissa, lo stesso stupido errore; drammaticamente era anche il giorno del suo compleanno – e dove Carver può raccontare, Kozelek può raccogliere la storia: 

My uncle died in a fire on his birthday,

Redneck that he was, burning trash in his yard one day

And on to the pile, he threw an aerosol can of spray

And that’s how he died in the fire that day

Se però da un lato la storia appena letta mette i brividi, dall’altra deve rallegrarci in quanto come Mark ci racconta in questa stessa canzone, come da quella morte, nacquero per lui i presupposti che lo portarono ad essere il cantante che oggi è: 

I was probably five at their home in Navarre

My cousin’s friend was in the yard playing guitar

We all gathered around, listened to her play and sing

And I fell into a trance and knew that one day I would do the same thing

And after the funeral out there in Navarre

They all gathered around when I picked up a guitar

They fell into a trance as I sang and I played

And outside the frogs croaked and the mantises prayed

Vorrei che l’occhio di tutti voi tornasse e si soffermasse a lungo su quell’ultimo verso (And outside the frogs croaked and the mantises prayed). È il romanticismo letterario a sbocciare qui, dall’anima dell’allora giovane cantautore, dove la natura si inchina alla morte e piange lo zio: le rane gracchiano e le mantidi pregano. Tutto deve tacere, tutto deve riverberare il ricordo del morto in rispettoso lutto.

Mentre procedevo nello scrivere questa recensione, mi sono reso conto di una cosa bellissima: le parole evocano delle forze che nella musica possono essere inaspettate. Benji da questo punto di vista è la più bella raccolta di poesie che potessi sperare di farmi germogliare nell’animo, almeno in quest’elettrico anno – e la fioritura è durata lunghi interi mesi, infatti è dicembre e ci occupiamo d’un passato febbraio. E se non si parla della musica, ma solo di parole, è perché lì dove Mark evoca delle immagini, la chitarra lo segue fedelmente, è la sua ombra. E chi mai nel descrivere un uomo si è messo a parlare della sua ombra? Forse solo Chamisso nella Storia straordinaria di Peter Schemihl, lì dove esattamente si postula fantasticamente che l’ombra non è una proiezione, ma un’anima, capace d’indipendenza. Le storie che si attengono alla carne però non considerano il chiaro e lo scuro come parti disgiungibili, l’ombra e il corpo. La voce, il canto quindi, e la chitarra divengono un tutt’uno emergente nella forma poetica, forma madre di Mark Kozelek, da tempi immemori: quanto era bella Gentle Moon?  

Dogs si pone invece su un altro piano: è la storia delle diverse donne letteralmente possedute da Mark nella sua vita, dai primi rapporti ad oggi. E il tutto si fonde con la citazione dell’album Animal dei Pink Floyd – contenente appunto il pezzo Dogs -, che lui regalò al suo amore più precoce:

Oh Patricia, she was my first love;

She sat eight rows behind me and I couldn’t breathe,

I gave her Pink Floyd – Animals when we were in 6th grade

Riprendendo l’ordine della tracklist, ora seguono i pezzi che inizialmente mi fecero parlare del tema dominante della morte: da Pray for Newtown a Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes. La prima, Pray for Newtown, è la storia di una strage: la canzone si incentra sul massacro alla Sandy Hook Elementary School, in un borgo della città di Newtown in Connecticut, durante il quale Adam Lanza, ventenne, nel tragico lasso di tempo trascorso tra l’uccisione della madre e il suicidio, decise di aprire fuoco nella scuola elementare sopraccitata, causando la morte di ventisette persone, venti delle quali bambini. Qui, dal mio punto di vista, Mark perde parte della sua forza evocativa, lasciandosi trascinare via da una eccessiva predica moraleggiante:

So when Christmas comes and you’re out running around

Take a moment to pause and think of the kids who died in Newtown

They went so young, who gave their lives

To make us stop and think and try to get it right

Were so young, a cloud so dark over them

And they left home, gave their mom and dad a kiss and a hug

So when your birthday comes and you’re feeling pretty good

Baking cakes and opening gifts and stuffing your mouth with food

Take a moment for the children who lost their lives

Think of their families and how they mourn and cry

When you’re gonna get married and you’re out shopping around

Take a moment to think about the families that lost so much in Newtown

Penso proprio infatti che si sia persa di vista la poesia, e si sia passati a della spicciola retorica, meschina e subdola, per la quale il male in un atto estremo è causato non dal singolo ma dalla comunità – un momento di orgoglio personale; per poi passare alla seconda fase, fedele alla linea del bene personale contrapposto a quello universale, dove il primo è il peccato, e il secondo è ciò che noi meriteremmo. Al di là di questa strage, nella stessa canzone vengono presentati anche altri omicidi, tutti vissuti attraverso uno schermo: si veda quante volte ricorre la frase when I turned the TV on. Dove ci si sarebbe potuti soffermare sulla spettacolarità della morte come viene presentata dalle varie emittenti televisive, Mark invece deicide di intraprendere la strada dell’uomo coscienzioso nella massa distratta e disinteressata. Alla luce di quest’appena assunta superiorità dell’ego kozelekiano (quello che poi imploderà in War on Drugs Suck my Cock e ancora peggio in Adam Granofsky Blues) mi viene da vedere con un certo disprezzo i versi precedenti, dove Mark a questo punto sembrerebbe vantarsi dell’aver avuto, nei riguardi di tale strage, una sensibilità unica, di bene universale – Io contro Voi:

December twenty-fifth, and I was just laying down

I picked up a pen, I wrote a letter to the guy in Newtown

I said I’m sorry bout the killings, and the teachers who lost their lives

I felt it coming on, I felt it in my bones and I don’t know why

La morte nella disattenzione, come concetto, viene ripreso in Richard Ramirez Died Today of Natural Causes. Oggetto della morte in questi pochi versi che voglio prendere in considerazione è James Gandolfini, meglio noto come Tony Soprano. L’aver parlato di quest’attore gli permette di introdurre in maniera molto particolare Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth. Questo, dopo aver collaborato anche con Cat Power, suonando nei suoi primi tre lavori, è qui il nuovo collaboratore Mark, descritto semplicemente come il ragazzo che sta venendo a suonare la batteria:

And I saw the news on James Gandolfini

While I was eating Ramen and drinking green tea

The Sopranos guy died at 51

That’s the same age as the guy who’s coming to play drums

I love my dad invece interrompe le storie di morte per riallacciarsi a quelle riguardanti la famiglia, l’Ohio tanto cantato e i suoi abitanti, come terminava uno dei suoi pezzi migliori: watching the Ohio river flow at night. Tra tutti i temi che si susseguono sulle tese corde di una chitarra classica Mark si sofferma per qualche umile (humble) verso sulle differenze umane, intese in senso ampio, prendendo come pretesto un’altra storia della sua infanzia, che si conclude con l’ascolto dell’albino statunitense Edgar Winter, bianco come la neve invernale:

When I was five I came home from kindergarten crying cause they sat me next to an albino

My dad said son everyone’s different, you gotta love em all equally

And then my dad sat me down

He said you gotta love all people, pink, red, black, or brown

And then just after dinner

He played me the album They Only Come Out At Night by Edgar Winter

Quindi una sorta di variazione sul tema introdotto già con Micheline. E nel procedere del canto di Mark si racconta di quando suo padre gli regalò una chitarra, una Silvertone per l’esattezza, stessa chitarra con la quale iniziarono Jerry Garcia, Jack White, John Fogerty e Bob Dylan: rivali e miti dell’infanzia, alcuni. Dopo questo parallelismo nascosto con altri grandi nomi della musica, si crea un confronto concreto e simpatico con Nels Cline, oggi chitarrista del gruppo Wilco:

When I was a kid my dad brought home a guitar he got from Sears

I took lessons from a neighbour lady but it wasn’t going anywhere

He went and got me a good teacher

And in no time at all I was getting better

I can play just fine

I still practice a lot but not as much as Nels Cline

Da quel giorno Mark è un cantautore in attesa di numerosissime pubblicazioni che troveranno vita sopratutto in registrazioni live non sotto il nome di Sun Kil Moon, ma sotto quello originale del singolo uomo: pubblicate tutte in edizione limitata, e tutte con una scaletta – anche se in piccola parte – differente. È la malinconia dell’uomo a far da protagonista in queste esibizioni: tra le varie, consiglio di ascoltare Live At Phoenix Public House Melbourne (in particolare la traccia You Missed My Heart) e il recentissimo Live At Biko, che consiglio più che altro perché è la registrazione del concerto tenutosi a Milano – come rivela la copertina – il 6 Aprile 2014, e in quest’ultimo vengono presentati molti dei capolavori di Benji in una versione – se possibile – ancora più intimista. È l’anima di Kozelek che si trascina tra i vari palchi del mondo, che sparge la sua voce tra i venti che ingrossano i mari, tra le varie malinconie, senza che vi sia mai un’interruzione. Dal 1992, sotto varie identità, il cantautore dell’Ohio vedrà tanti ammiratori, tanti detrattori, tanti luoghi di vita, tanti luoghi di morte, tante notti calde ed estive, tante invece fredde, passate all’ombra di un riflettore posizionato in alto, sopra un piccolo palco, di una piccola città che non vede l’ora di piangere ascoltando un grande uomo: 

I got a recording contract in 1992

From there my name, my band and my audience grew

And since that time so much has happened to me

But I discovered I cannot shake melancholy

For 46 years now I cannot break the spell

I’ll carry it through my life and probably carry it down

I’ll go to my grave with my melancholy

And my ghost will echo my sentiments for all eternity

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