Hunger Games – Il canto della rivolta, Parte I

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Il film ha come tema la relazione fra la politica e la pubblicità: per poter dire di no alla dittatura politica i protagonisti del film devono dire sì a un’altra dittatura, meno violenta ed esplicita ma non meno insidiosa: quella del marketing

Non sono parole riferite ad Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte I, ma è quanto intuisce Enrico Terrone (SegnoCinema 181, maggio-giugno 2013) a proposito di ‘No – I giorni dell’arcobaleno (2012)’ di Pablo Larraín, opera(zione) politica sul Cile di Pinochet agli antipodi dell’universo narrativo del blockbuster di Francis Lawrence. Eppure, il pezzo succitato sembra perfetto non solo per cogliere gli sviluppi del nuovo capitolo degli Hunger Games, ma anche per scoperchiarne l’apparato produttivo fondante: la necessità ineludibile di fare i conti con la dittatura dell’immagine (pre)confezionata. Ad uso e consumo di un target da intercettare. Quel pubblico, diegetico (i ribelli dei Distretti) e spettatoriale, paradossalmente destinatario ultimo e primo fautore della dittatura. In quanto soggetto detentore di potere nell’esigere e nell’ottenere senza dover chiedere – come appunto in ogni dispotismo – un’immagine artificiosa ma a sé confacente in cui identificarsi. Giudicando quindi se farla propria o rigettarla (il sommo potere delegato al box office). Azzardando la parafrasi di una nota formula, al di là di rivoluzioni sbandierate, ne esce un cinema restauratore come “sospensione della democrazia” diretta. In cui, attraverso il lavoro sull’immagine, in sala «ciò che è vecchio può sempre ridiventare nuovo» agli occhi di qualcuno, come spiega la Effie Trinchett ripulita da trucco e parrucco, riferendosi non al cinema, ma proprio alla democrazia. Dove sta la novità, se la tirannide massmediologica di Capitol City domina fin dal primo episodio? Nell’annullamento dello scarto tra le fazioni in gioco (Sistema e ribelli, o radicali, come preferisce chiamarli Snow). Nell’appiattimento livellato e orizzontale delle gerarchie di potere – finora distinte nettamente da rigide (op)posizioni visivo-spaziali – reso possibile dall’avvento di un terreno di battaglia condiviso quasi alla pari: l’arena mediatica, con in dotazione le armi della manipolazione dell’immagine.

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Quelle “armi devastanti”, rifacendoci ancora a Terrone su Larraín, “tanto per gli sconfitti quanto per i vincitori: armi che finiscono per danneggiare culturalmente anche chi se ne serve con le migliori intenzioni, per il più nobile dei fini”. Distrazione-distruzione. I distretti di Panem spazzati via in un cumulo di macerie. La monumentalità architettonica protonazista di Capitol letteralmente oscurata, spenta. In quest’iconografia desertificata, restano un buio e uno spazio vuoto da penetrare. La guerriglia armata dei ribelli– e il guerrilla marketing dei produttori- è teso all’occupazione del segnale, al controllo della banda e alla saturazione delle trasmissioni. Il canto della rivolta è broadcasting a raffica e con sicuro feedback dell’onomatopeico Mockinjay jingle, accompagnato da un claim efficace («Se noi bruciamo, voi bruciate con noi») e rafforzato col simbolismo virale di una canzone che faccia presa (The Hanging Tree). Fare il verso alla propria stessa strategia comunicativa per diffonderne l’eco nel plot. La ghiandaia si fa imitatrice del linguaggio mediale-pubblicitario del prodotto. La costruzione, riveduta e corretta, dell’immagine della Katniss eroina diegetica ad opera di e ad uso e consumo dei personaggi interni alla narrazione, si consolida assimilando le stesse pratiche dello studio system nella caratterizzazione promozionale del divismo guerriero della Lawrence dato in pasto al target adolescenziale. Available for propaganda. L’attrice si presta al gioco e davanti a un green screen presieduto dal regista Philip Seymour Hoffman (alla cui memoria il film è dedicato) si diverte a recitare male, a bucare un take dopo l’altro con enfasi stolidamente goffa. Lo spot risultante non è certo un granché, proprio come il trailer, ma giovano entrambi allo scopo: la mobilitazione di massa. Sintomi manifestamente traslucidi, non certo in filigrana, del sistema di aspettative standardizzate su cui si decide il successo di questi prodotti. Ragion per cui apprezzabili spunti come quello su guerra, percezione e immagini (la guerra moderna esistente innanzitutto in quanto immagine della guerra), con la troupe di registi e cameraman al seguito di Katniss, si limitano a qualche macchinata a mano d’ordinanza, senza mai diventare discorso. Lo stesso vale per i personaggi secondari, innesti di lusso unidimensionali come l’Alma Coin di Julianne Moore, capopopolo del mondo sotterraneo che arringa le folle come il Morpheus dei Wachowski con i ribelli di Zion.

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L’accostamento ai sequel di Matrix non è peregrino, visti gli innegabili pattern stilistici derivati (i ribelli sigillati fra corridoi e asettiche stanze sottoterra, lo scontro con le Sentinelle a guardia del confine, la missione dell’Eletta e seguaci per spegnere alla fonte-matrice l’energia di Capitol-Città delle macchine) e la virata al negativo di Peeta Mellark. Quasi un’inquietante reminiscenza young adult di Bane, in qualità di “liberato” infetto e corrotto dal Sistema (il Presidente Snow come l’agente Smith), la cui natura è invertita all’aggressività verso i compagni di lotta. Reload Before The Revolutions Begins recitava la tagline di Matrix Reloaded. Sintesi perfetta anche per quest’edizione di stallo e transizione degli Hunger Games. Katniss Everdeen riaddestra il suo pubblico fidelizzato, ricarica potenti immagini di fuoco e rinfonde l’arco di dardi esplosivi, preparando il terreno per la rivoluzione e il collasso mediale definitivo. Basterà una freccia?