Split di M. Night Shyamalan

«Ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede la coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia» – Billy Milligan

splitTerreno è l’assunto (Billy Milligan), didascalico e visionario il proseguimento. Shyamalan avanza così verso un percorso di rinascita/crescita – già con l’ottimo The Visit (2015) –, dopo gli ultimi zoppicanti episodi: “L’ultimo dominatore dell’aria (The Last Airbender) (2010)”, “After Earth (2013)” e la serie Wayward Pines.

Con il nuovo “Split“, vengono infatti implementate le consuete dinamiche pregiate del regista statunitense (ricordate “Unbreakable“?) in favore di una visione interna (all’animo umano), talvolta psicanalitica. Tre come simbolo sacro: numero ricorrente giostrato fra trinità religiosa e sintesi Freudiana. Come per Kevin, il protagonista affetto da disturbo dissociativo d’identità, anche per le Tre adolescenti rapite dallo stesso, in un parcheggio qualsiasi di un centro commerciale, varrà la regola della sofferenza. “Sei se fai” o meglio se soffri. Dunque il dolore come passaggio essenziale verso una crescita animica capace di sbloccare il giogo che ci tiene ancorati alla nostra dimensione finita, mortale: verso una condizione superiore capace di manifestarsi compiutamente nel presente – evoluzione fisico-spirituale.

Tutto scaturisce dall’evento inaspettato – canovaccio consolidato dal nostro –, dipanandosi verso una narrazione claustrofobica sottolineata dalla recitazione fenomenale di un James McAvoy in stato di grazia. E’ proprio il protagonista Kevin a rapire le tre giovani, per poi rinchiuderle in un angusto contrappasso nel quale dovranno confrontarsi con le svariate forme mentali del medesimo aguzzino. Lui, manifestazione vivente dell’impatto deflagrante che un’infanzia violenta può avere nel consolidamento dell’identità (portante) di ogni individuo. Kevin di personalità ne possiede 23, che diventano 24 sommandole; quel “Maestro” descritto dal Milligan di cui sopra nei resoconti psichiatrici, qui diventa una “Bestia” – non solo la prova dell’avvenuto processo di “fusione” dei 23, capace di rivelare la vera identità del nostro (nel caso di Milligan), ma un vero e proprio accumulo di potenziale: unica via d’accesso allo scatto evoluzionistico.

La tesi è consolidata anche dai ragionamenti della psichiatra Karen Fletcher – interpretata da Betty Buckley, la protagonista di “Carrie” (Brian De Palma) –, unica in grado di intravedere lo sviluppo evolutivo di questo processo. Tre come le personalità che emergono prepotentemente, prendendo il controllo della mente di Kevin: come padre (Dennis), madre (Patricia) e figlio (Edwig) di cattolica concezione – non a caso è proprio quest’ultimo a permettere l’avvento degli altri due, con la “venuta alla luce”: scongiuro malcelato nei confronti dello spirito primigenio di Kevin stesso, inteso come la bestia, il maligno. Il purificatore dei peccati nel nome della sofferenza.

Un concetto di purezza (degli ultimi) che si ripercuote nelle vittime sacrificali (le tre ragazze) con violenza, non senza una sua logica salvifica. Delle tre, è infatti Casey – Anya Taylor-Joy, già rivelazione nello splendido “The Witch” di Robert Eggers – ad ottenere una redenzione figlia degli abusi pregressi da parte dello zio in tenera età. Al cospetto della bestia, della manifestazione ultima, la giovane appare “pura”, mondata dall’esperienza liberatoria insita nella sofferenza e quindi meritevole di grazia. Un dinamica che si ricongiunge in un certo senso a quella del martirio.

M. Night Shyamalan gira con questo Split un film fatto d’interni; sfoderando la propria arte mediante pochi e semplici elementi, facendo presa sulla dimensione soffocante della location – non a caso posizionata nei sotterranei di uno Zoo, effettuando così l’ennesimo gioco votato al disorientamento dello spettatore: natura evoluzionistica o spirituale? – e sui propri attori, concludendo con un cammeo davvero inaspettato.