The Neon Demon di Nicolas Winding Refn

neon demon rocklab 2016Jesse non è come tutti noi. Jesse, forse, non è neanche di questo pianeta. Eppure, a quanto dice, viene da una piccola città americana, e sembra una delle tante ragazzine che approdano a Los Angeles per sfondare nel campo della moda. Jesse è minorenne (“dì sempre che ne hai 19”), ed è una pischella avvolta nel mistero: il mistero della bellezza. Quando Jesse va in un posto, tutti la notano. Perché Jesse è speciale, forse addirittura una divinità, o uno spirito di luce. Ma sarà veramente così? O forse Jesse è solo una sprovveduta, un’ingenua che non sa di essere finita in una terra di animali predatori? Per scoprirlo, dovremo aspettare le sequenze finali di “The Neon Demon”, il decimo lungometraggio del danese Nicolas Winding Refn, che qui torna nei luoghi del suo “Drive”, che gli è valso il premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2011.

Ma torniamo a Jesse , di cui non sappiamo nulla. Solo che è bella, bionda, ed orfana (ma non è che li ha ammazzati lei i suoi genitori? Non è che dietro quel visetto angelico si nasconde un “demone”?). Neanche arriva, che già si fa due nemiche, ovvero Gigi & Sarah, due modelle “anziane” (quindi fra i 25 e i 30 anni), interpretate da Bella Heathcote e Abbey Lee. Gigi, ad esempio, viene spernacchiata da tutti perché ormai è talmente rifatta che pare una cavia del chirurgo estetico (Gigi è dunque emblema della “bellezza artificiale”). Ma le due, oltre ad essere “anziane”, sono anche “esperte”. Conoscono le regole del gioco, a differenza di Jesse (splendidamente incarnata da Elle Fanning). E quindi le diete, e quindi gli interventi,  e quindi “hai già deciso chi scoparti?”. Ma Jesse no. Lei non può abbassarsi a tanto. Lei è pura. Lei è naif. Lei, per sua stessa ammissione, “non sa recitare, non sa ballare, non sa scrivere”, però “è bella e sa che può avere successo”. Ma non sarà che sotto sotto questa Jesse è una stronzetta che si crede chissà chi?

Stronzetta o meno, Jesse trova un’alleata in Ruby (Jena Malone, vi ricordate “Donnie Darko”?). Ruby fa la truccatrice (ahia), e quando smette con le modelle si occupa anche dei cadaveri all’obitorio (di nuovo ahia). Trucca i vivi e trucca i morti. Fa il doppio lavoro, insomma. Perché i soldi non bastano mai. Nemmeno (soprattutto) nel mondo delle celebrità. E Refn lo sa bene (la storia di questo geniale 45enne è infatti lastricata di bancarotte, di fallimenti, di problemi economici).

Ruby, lo capiamo fin da subito, è infatuata di Jesse. La desidera, la vuole legare a sé (durante la prima uscita, all’inizio del film, la porta a vedere uno spettacolo di shibari). Ma Ruby nasconde qualcosa. La truccatrice non ce la conta giusta (oltre ad essere amica di Jesse, è molto amica di Gigi e Sarah, che per colpa della nuova arrivata stanno perdendo contratti e visibilità). E se il trio stesse tramando qualcosa alle spalle di Jesse? Di certo, qualcuno ha messo un giaguaro nella sua stanza di motel (un avvertimento: sei in una terra di animali predatori). Di certo, il proprietario del motel è una specie di orco (il candido Keanu Reeves, che qui fa la parte di uno scorbutico tabagista maniaco sessuale, grazie all’ironia caustica di Refn che ha tirato fuori “The Neo Demon”). Ma sarà tutto davvero come sembra? O forse è anche peggio?

Il regista danese insiste molto sul confine fra realtà ed apparenza, quasi annullandolo. Molte inquadrature ritraggono infatti i personaggi “dentro” un riflesso, (diamine, siamo pur sempre nell’ambiente della moda). Significativa, in questo senso, la sequenza che vede il primo confronto fra Jesse e le due  antagoniste, con Ruby a fare da arbitro impassibile. Siamo in un bagno, e gli specchi moltiplicano all’infinito le immagini dei loro corpi. Presto lo scopriremo: quella scena, quel confronto fra preda e cacciatore, è già successo migliaia di altre volte. Con altri attori, con altri corpi, con altri simulacri. Perché a Los Angeles funziona così. Perché nella giungla capitalista (del cinema) funziona così:  “L.A is like nowhere. Everybody who lives here is lost”, ci dice la voce fuori campo di Dark, il protagonista di “Nowhere” di Gregg Araki, interpretato da James Duval (è lui il coniglio Frank di “Donnie Darko”, ed è sempre lui che nel film uccide Jena Malone arrotandola con l’auto).

È un film di preziosismi e virtuosismi, questo “The Neon Demon”. Ci sono i simboli (un triangolo rovesciato). E c’è pure un momento di video-arte in cui lo spettatore non capisce più che cazzo stia succedendo (un po’ alla Gaspar Noé, ma anche alla “Fear X”, piccola gemma di Refn che andò così male da mandarlo in rovina). Ma forse, è facile intuirlo, in quel momento avviene il passaggio di Jesse da angelo lucente a diavolo che veste Prada, sotto i riflettori del “neon demon”. A quel punto, Jesse comincerà a credersela un po’ troppo, piantando in asso un aspirante fotografo che la corteggia, convinto che la bellezza si annidi oltre le apparenze. Un povero illuso (“ti faremo delle foto un po’ meno amatoriali”, le dice, osservando il lavoro del ragazzo, l’agente di moda interpretata dalla maggiorata Christina Hendricks, già vista in “Drive”). A quel punto, Jesse comincerà davvero a pensare di essere un dio sceso in terra (“io non sto diventando come loro. Loro vogliono essere me”). Il fotografo e lo stilista più importanti dell’ambiente (e anche gli unici due che vediamo) le sbaveranno dietro. Ma la novellina non ha fatto i conti con Gigi, con Sarah, e anche con la sua amica Ruby. Non ha fatto i conti con l’anima nera di Los Angeles. (o Lost Angels? Come in “Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri, tratto da Bukowski).

Refn, come suo solito, almeno dai tempi di “Fear X”, imprime al film un ritmo ipnotico, lento, ma mai noioso. Il racconto sembra girare a vuoto, ma oltre ai giochetti di finzione e realtà (nella prima inquadratura del film Jesse ci appare subito morta, ma è solo il trucco per un photo-shoot), oltre alle parentesi oniriche, ai dialoghi pruriginosi, e i momenti di video-arte, monta una suspense degna del miglior De Palma, fino ad un finale che è insieme spiazzante, agghiacciante, ed esilarante, dove tutte le attese dello spettatore vengono confermate, ma senza che il film risulti prevedibile. Perché non tutto è come sembra. È anche peggio.

Si può quindi leggere il film come una favola nera a sfondo morale, con ovvi richiami alla hybris greca, ma anche come una divertente metafora di Refn alle prese col cinema americano ( il danese, dopo l’exploit di “Drive”, fu corteggiatissimo da Hollywood”). Una metafora, se vogliamo, dell’artista sprovveduto che pensa di poter dominare la macchina, l’industria che lo divorerà. Ma al di là di tutto questo, rimane la sostanza di un thriller erotico coi fiocchi, buono per la terza serata estiva di Rete4 (una volta), e al contempo cerebrale come una video-installazione in un museo d’arte contemporanea. Inoltre, “The Neon Demon” è un luna-park di morbosità assortite (Refn non ci risparmia nulla, pur senza indugiarvi, fra bondage, necrofilia, e persino necrofilia dei piedi). La chimica fra le attrici è palpabile. L’eccitazione sale più di una volta. Ed è proprio il viagra del film. Nel finale, c’è una roba assurda che può ricordare simbolicamente “Un Chien Andalou” di Bunuel, maestro del surrealismo. Ma siamo sicuri che quest’industria del cinema sia pronta a fagocitare il magnifico occhio di Refn? Siamo sicuri che non gli andrà di traverso?