Smetto Quando Voglio – Masterclass di Sydney Sibilia

smetto quando voglio rocklab 2017La Banda dei Ricercatori è tornata. Mejo der Libbano, mejo der Freddo, mejo der Dandi. In pratica, meglio della Banda della Magliana (nel film si farà spesso dell’ironia, tirandola in ballo). Parliamo di “Smetto Quando Voglio – Masterclass”, secondo capitolo della saga intrapresa dal romano Sydney Sibilia nel 2014. L’argomento è sempre quello: quarantenni alla riscossa. Nella fattispecie, professori universitari, precari, squattrinati. Più NO FUTURE di qualsiasi canzone punk. E allora, perché non unire le proprie skills, i propri know-how, per mettere su un’associazione a delinquere, sintetizzare una droga legale, sconosciuta (smart drug), e fare una fracca di quattrini? La ricetta di Sibilia è complessa, per certi versi sovraccarica. La base di partenza è quella de “I Soliti Ignoti” (poveri e criminali, poveri ma cazzari, zero buonismo firmato Monicelli). In più si aggiunge la coralità espansa m0dello “Ocean’s Eleven” (meno glamour, ovvio), e un po’ di “Breaking Bad” alla volemose bene.

Li avevamo lasciati sul finale del primo capitolo, dove tutto era andato a scatafascio. Il capobanda e biologo Pietro Zinni (Edoardo Leo) aveva patteggiato una pena lieve, consegnando alla polizia Er Murena (il villain interpretato da Neri Marcoré). L’accordo prevedeva che i restanti compagni di banda non venissero arrestati (seh, vabbè, lallero). Però c’è un altro processo alle porte (in una rapina in farmacia c’è quasi scappato il morto). Pietro aveva imbottito di vicodin il farmacista, peraltro suo allievo alla Sapienza, sicuro di avergli cancellato la memoria a breve termine. E invece no, il giovane al processo si ricorda tutto. La banda è nei guai. Rischia er gabbio quello vero. Qui entra in gioco la poliziotta, spregiudicata e arrivista, interpretata da Greta Scarano (già vista in “Suburra”). E scatta il do ut des: “voi mi trovate 30 smart drugs in circolazione, e io vi ripulisco la fedina penale”.

Il film di Sibilia punta in alto: una commedia d’azione che vorrebbe essere rocambolesca e anarchica come “The Blues Brothers” di John Landis (inarrivabile). Una commedia d’azione americana, quindi. Un buddy-movie moltiplicato per dieci (personaggi). Un heist-movie parodistico (ma Allen e i fratelli Zucker sono anch’essi molto lontani). Trasformare “I Soliti Ignoti” (bypassando per fortuna “I Soliti Idioti”) in un wolfpack allargato sulle orme di “Una Notte da Leoni”. Un’operazione coraggiosa, stimolante, appetitosa. Che forse è anche meno “Vorrei Ma Non Posso” rispetto al primo “Smetto Quando Voglio”. Ma il film ha un problema di fondo, serio. Per quanto susciti simpatia, non fa ridere quasi mai. Per quanto miri all’azione, non è mai davvero travolgente. Mai davvero rocambolesco. Mai davvero landisiano, zuckeriano. Salvo in alcuni momenti (tutti concentrati nella parte finale). C’è ritmo (ma non è il giro sulle montagne russe promesso dal trailer), e c’è voglia di divertire. Basterà?

Il cast è ben assortito. Fra l’ottimo Stefano Fresi, le vecchie glorie di “Boris” (Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Valerio Aprea), un Libero De Rienzo in forma smagliante, e nuovi innesti positivi (Giampaolo Morelli, Marco Bonini), la strada sembrava in discesa. E invece, quanta fatica. Quanta fatica per questo cinema italiano che cerca di smarcarsi dall’autorialità alla Moretti, o alla Ozpetek, per recuperare il genere, i generi. Ancora una volta, il maestro resta Mario Monicelli. Non solo col suo “I Soliti Ignoti”, ma anche con la commedia pulp “La Ragazza Con La Pistola” (Con Monica Vitti, 1968).

Era un cinema, quello, che sapeva fondere tematiche sociali (senza fare didascalie) e puro intrattenimento. Ed era proprio il cinema che “Smetto Quando Voglio – Masterclass” era chiamato a ri-contestualizzare, riuscendoci solo in parte (in minima parte). I precari universitari come i nuovi poveri, nell’odierno cine-cosmo di crimini e minacce provenienti dall’attualità. Un’occasione mancata. Per un film troppo poco anarchico per essere “The Blues Brothers” (la pula fa paura, eccome, in questo film), e troppo poco cinico per essere monicelliano, malgrado ne rammenti la disillusione (i poteri forti hanno sempre la meglio). Quindi, può essere definita anarchica una commedia in cui il principio di realtà è più forte di qualsiasi evasione verso la libertà e la fantasia? In cui il solito ritornello “abbiamo giocato e adesso ci tocca pagarne le conseguenze” vince su tutto?

Comunque, in qualche modo, si finisce col voler bene a questa banda di cialtroni iper-scolarizzati, capitanata dal simpatico Edoardo Leo. Peccato che abbiano dimenticato di scrivergli delle battute divertenti (davvero divertenti). Sul versante action il film qualcosa fa (brevi inseguimenti, nulla di vertiginoso). Spiccano le prove attoriali di Valeria Solarino (compagna incinta di Pietro Zinni) e di Greta Scarano (la migliore del film). Il colpo di scena finale (non malaccio) apre all’entrata in scena del villain Luigi Lo Cascio nel terzo episodio, ora in lavorazione. Già perché questo è forse il primo film della storia italiana che punta alla serialità, al “to be continued” in stile Marvel/DC Comics. Al franchise bello e buono, a farla breve.

Resta comunque l’immagine, bellissima, della banda dei ricercatori che avanza su moto e sidecar del Terzo Reich in giro per l’EUR, con Il Palazzo della Civiltà Italiana sullo sfondo. Stupendo: i simboli della Storia (nostra) nazista e fascista trascinati in un carnevale romano del terzo millennio. Ecco, se il film fosse stato più questo, e meno un corri-corri fra aeroporto, questura e periferie condito da battute facili (niente che non si possa sentire stando seduti in una trattoria trasteverina per mezz’ora, e non è un complimento), avremmo avuto un grande film. Avremmo avuto il nostro “The Blues Brothers”, il nostro “Animal House”. Avremmo avuto, forse, un franchise in meno (meno di zero, quindi). Ma avremmo avuto, finalmente, una commedia anarchica.

Poscritto: in colonna sonora c’è “Stop The Rock” degli Apollo 440. Non serve aggiungere altro.