Smashing Pumpkins – Monuments To An Elegy

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Fa male. Dio se fa male. Stroncare un album degli Smashing Pumpkins, per quanto mi riguarda, è come fare a botte con l’amico di una vita. Peggio. È come sciogliere nell’acido un cucciolo di Sharpei. Anche se il cucciolo, in questo caso, va per i cinquanta. È come strapparsi il cuore dal petto e gettarlo nella differenziata, fra i materiali non riciclabili, dicendogli: “Addio, pappamolla, non mi servi più!“. Fa male. Dio solo sa quanto.

La storia degli Smashing Pumpkins la conosciamo. Perlomeno la Vulgata. Sembrerebbe la più burrascosa, e insieme la più banale delle storie. Ascesa e caduta. Rise & Fall. Dev’esserci un motivo se una band che ha scritto alcune fra le pagine migliori del rock anni ’90, tipo “Siamese Dream“, “Mellon Collie and the infinite sadness“, o “Adore“, col tempo sia passata dall’essere il simbolo, magari anche nostalgico, di un’epoca gloriosa, all’essere un pastrocchio di stilemi assemblati. Una specie di mostro di Frankenstein che non si risveglia, malgrado le scosse elettriche. Tanto che, manzonianamente, verrebbe quasi da chiedersi: “Fu vera gloria?”. Sì, fu vera gloria. Ma, come dicevo prima, dev’esserci un motivo che spieghi il perché della disfatta. Ebbene, un motivo c’è. E si chiama Billy Corgan.

La parabola dei Pumpkins, una volta raggiunti gli apici che ben sappiamo, ha imboccato la china discendente. Simile ad un serial in cui, ad eccezione del protagonista, tutte le “starz” principali vengono rimpiazzate, la storia del gruppo ha visto i 3/4 del nucleo originario abbandonare la carrozza a forma di zucca. Addio D’Arcy Wretzky. Addio James Iha. Addio Jimmy Chamberlin. Fra defezioni, cambi di line-up, andate e ritorni, alcolismo e tossicodipendenze varie, ad animare siffatta creatura è rimasto infine lo smisurato ego del “Padre-Padrone-Factotum-LeaderMaximo”, che di nome fa Billy, assieme ad un balletto di figuranti e sostituti che sembra non avere fine.

Un’opera, la sua, da sempre divisa fra maledettismo etereo, oscuri misticismi, e confessioni ora rabbiose, ora disarmanti. Con la sua ugola aliena, così diversa da quella dei “bonazzoni del rock”, vedi alla voce Chris Cornell o Eddie Vedder, Corgan ha saputo mettere da parte gli umori più tipicamente “maschi” del rock, coniando, specialmente negli episodi più estremi del suo repertorio, un insolito metal prepuberale, dove alla furia impetuosa degli strumenti si accompagnava un timbro vocale bambinesco, nasale, spesso strozzato. Se c’è una persona che nel rock ha saputo dar fuoco alle polveri senza aver bisogno nemmeno di dissimulare il proprio machismo, quella è Billy Corgan. Poi certo, c’è Cobain, ma è ben altra faccenda.

Stavamo parlando di colpe. A tal proposito, è opportuno riavvolgere il nastro fino a “Machina I & II“. Se i 75 minuti circa di “Adore” non erano certo un ascolto facile, ma alla fine premiavano l’ascoltatore grazie all’intimità dark di “Shame“, alla straziante “For Martha“, e a quel gioiellino pop di “Perfect“, la successiva, e mastodontica, operazione, addirittura scissa in due parti, di cui la seconda inizialmente solo destinata al web, mostrava già le prime insanabili crepe. Laddove brani come “Saturnine“, o la bellissima “Stand inside your love“, sorta di rilettura in chiave romantica dell’incedere marziale di “Bullets with butterfly wings“, mantenevano alto lo spirito dei Pumpkins, altri brani, troppi a dire il vero, non offrivano spunti d’interesse, penalizzati da una scrittura che sembrava procedere col pilota automatico. “Zeitgeist” e l’ep “American Gothic“, che videro il momentaneo ritorno alla batteria di Jimmy Chamberlin, non migliorarono la situazione.

Il primo era un’accozzaglia di canzoni pompose che suonavano, e suonano tuttora, meglio dal vivo che sul disco, peraltro afflitto da un’orrida grafica di copertina. Il secondo un timido mucchietto di ballate folk che scivolano via come niente fosse. Ma il peggio doveva ancora venire, col progetto “Teargarden by Kaleidoscope“. Nelle intenzioni un corpus magnum di ben 44 canzoni da lanciare in rete, con tanto di storia e personaggi ricorrenti a fare da filo rosso che le attraversa. Nella pratica un figlio morto poco dopo la nascita. Ma non è finita qui, perché se è vero che Corgan rinunciò, continuando a pubblicare album in maniera più ordinaria, è anche vero che, sempre a detta di Corgan, sia “Oceania“, sia l’ultimo “Monuments to an Elegy“, altro non sarebbero che promanazioni, sotto mentite spoglie, di quel vasto progetto iniziale. Insomma, roba da mettersi le mani nei capelli. Per noi che ancora ce li abbiamo.

Il precedente “Oceania” aveva dalla sua un incipit da urlo, una buona title-track, e un altro paio di brani riusciti. Ma le ambizioni, e il tasso di creatività, del lontano “Mellon Collie” non erano che un ricordo. Adesso “Monuments to an Elegy” si propone come versione stringata ed essenziale del multiforme cantautorato di Corgan. Trentadue minuti che oscillano fra power grunge tastieroso (Tiberius), passatismo Wave (Anaise!) ossessioni Synth pop ( Run2me), e melodie fuori fuoco (Drum + Fife). Forse proprio fra le pieghe liriche di quest’ultima si può rintracciare il senso poetico dell’intera raccolta, il che da solo non può bastare a salvare la baracca, ma può forse valere come epitaffio sul monumento funebre alla vicenda artistica di Corgan: “…racing scene to scene to break this beast in me…cause i will bang this drum to my dying day“.

Un ritorno fuori fuoco dunque, sul quale pesa una scrittura ormai del tutto priva di guizzi. E poco aggiunge la comparsata dietro le pelli di Tommy Lee. La breve durata si rivela un vantaggio solo quando riesce a smarcarsi da tutto ciò che sia superfluo. Qui si ha invece la sensazione che sia proprio il superfluo a regnare, e a latitare sia la sostanza. Oppure, se preferite, l’ispirazione. In qualche modo queste canzoni rappresentano davvero dei monumenti dedicati a un ideale anacronistico, come se una statua armata di chitarra e distorsore potesse spifferarci, dalla creta delle labbra, cosa volesse dire amare, odiare, e sperare, in un’età dell’oro. Ma l’incantesimo non si avvera. La statua è muta e decadente. La sua voce un pallido ricordo. E il suo canto, più che evocare, lascia indifferenti. Come un frammento di storia musicale che giace, inascoltato, nella sua città delle rovine. Una colonna che spunta dal sottosuolo, come una serpentina degli eterni ritorni. Ma è poco più che una mano. Bianchiccia, esangue, cadaverica. Un disco sulla condanna del tempo, Dio malevolo impossibile da arginare.

La tragicità del tutto potrebbe far impennare il voto, ma è giusto che la saetta sia una. Nessun eterno ritorno, in questo lento procedere verso il nulla. Solo stanche reiterazioni, che tradiscono il terrore d’invecchiare. Nella sua incapacità d’essere nuovamente bello, un album commovente. Anche il nome dell’etichetta, in memoria della madre di Billy, lo è. Non si tratta dunque di una semplice stroncatura, ma di un fraterno abbraccio alla gloria che fu.

Data:
Album:
Smashing Pumpkins - Monuments To An Elegy
Voto:
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