Future Islands – Singles

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Tempo fa Claudio Cecchetto si era inventato il format di un talent in cui i giudici selezionatori non sentono cosa uno sta cantando ma vedono quel che fa sul palco. Il principio (su cui si può parecchio discutere) è che tu puoi anche cantare come Aretha Franklin ma se poi ti presenti, ti vesti, ti muovi in modo anonimo o troppo caricaturale, avrai una carriera quantificabile in pubblicità di telefonia, se proprio ti va di lusso. Allora, da questa cosa di Cecchetto faccio un salto triplo carpiato per arrivare fino a Baltimora, presso Samuel T. Herring e i Future Islands. Anzi, si va direttamente a Manhattan, all’Ed Sullivan Theatre, dove si registra lo Show di Letterman.

Partire dalla loro esibizione dello scorso marzo al Late Show non vuol dire liquidare la carriera “pre Letterman” di una band che ha sempre avuto un posizionamento non banale. I Future Islands, infatti, fanno musica che straborda di tastiera, con un basso rettilineo e una voce che è sorprendentemente sabbiosa per gli standard attuali del pop. Fossimo nel 1987 (annus horribilis per le pettinature e per gli standard delle voci, appunto) rimarrebbe tutto nei canoni, invece oggi la cosa segna una discontinuità non trascurabile. E poi i Future Islands seminano da anni su un territorio fatto più di emotività e pathos che di gioco tastierino, vicini a una parte di new wave già tanto recuperata, però con quel tratto distintivo molto americano. Un tratto che a volte suona anche un po’ penalizzante. Insomma, l’esibizione da Letterman l’abbiamo vista e rivista e ha suscitato nell’ordine: terrore, imbarazzo, ironia, emozione, stima, stima enorme, un po’ di amore. Il pezzo in questione è Seasons (Waiting On You), intensissimo nel live in questione ma non l’unica traccia potente del loro ultimo album, Singles. Durante l’esibizione Herring ancheggia, suda, si contorce, modula la voce sabbiosa che va da sabbiosina a sabbiosissima, si abbassa, si erge, accenna un growl, sputa la sabbia, si batte il petto e poi, alla fine, ringrazia come se tutto fosse normale.

Ecco, io dei Future Islands avevo ascoltato il giusto e non avevo mai visto nulla, perdendomi il senso intero della cosa. ‘Herring’ sembra Joaquin Phoenix in ‘The Master’, sembra uno scoppiato pericoloso o magari innocuo e canzoni come ‘Spirit’ e ‘A Dream Of You And Me’ fanno continue inversioni a U tra il dramma e la commedia. E in effetti, come sostiene il cantante, quei tre minuti e mezzo di televisione sono solo un assaggio, un bignamino di ciò che questa band sa essere dal vivo. Poi, ovvio, se i Future Islands in un universo parallelo passassero attraverso il talent show di Cecchetto senza audio, rimedierebbero una figura di merda tout court. Questo perché due ancheggiate senza roba intorno resteranno sempre una stronzata, sia chiaro a tutti.
[schema type=”review” name=”Future Islands – Singles” author=”Marco Bachini” user_review=”4″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]