The Horrors – Luminous

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

“Caro Babbo Natale. Questa non è la solita lettera. Nessuna richiesta stavolta. Solo una gentile protesta. Una lettera di reclamo insomma. L’altra notte ti ho visto mente armeggiavi, pingue ed impacciato, sotto l’alberello striminzito che ho in salotto. Ero certo che stessi sognando. Ma l’indomani, ai piedi dell’albero, ho effettivamente trovato un regalo. Ebbene, non so come ti sia passato per la mente di portarmi il cd di “Luminous” degli Horrors. Io volevo una bambola gonfiabile. In alternativa mi sarei anche accontentato di Scarlett Johansson in carne ed ossa. Evidentemente devi esserti confuso col regalo di qualcun altro. O forse sei crudele a tal punto, che non ti fai scrupoli a scherzare con la felicità di un povero bimbo di 26 anni”

Straccio la lettera. Tanto vale ripiegare sugli Horrors. Quanto alla bambola, se ne riparla l’anno prossimo. Sempre che Babbo Panzone si degni. Infilo il disco nel lettore. Lo ascolto una volta, e poi un’altra, e un’altra ancora. Sono interdetto. Gli Horrors già li conoscevo. Anni fa, quando uscì “Primary Colours”, guardando il videoclip di “Who can say”, pensai che fossero una valida alternativa ai The Strokes, ma poi, sentendo l’album, scoprii che c’era molto di più. In seguito, recuperando l’esordio sulla lunga distanza, dal titolo “Strange House”, e mettendo le mani su “Skying”, il loro terzo album, la situazione mi parve più chiara. Mi resi conto che i The Horrors erano, e sono, un gruppo che si muove come un camaleonte attraverso la storia della New Wave. Come dei Leonard Zelig che assumono di volta in volta altre sembianze, a seconda del contesto specifico. Se pensiamo infatti alle sequenza dei loro album in ordine cronologico, noteremo, all’interno dei brani, tutte le sfumature, e le diverse gradazioni Wave che siano state conosciute fino ad oggi. E sono i soliti fantasmi del passato.

Un passato che si chiama Joy Division, e come puoi sbagliarti, ma anche Psychedelic Furs, Comsat Angels, Tears for Fears, l’horror-punk, i Red Temple Spirits. Roba di prima qualità, direte voi. Peccato che, a fronte di una confezione ineccepibile, a mancare sia spesso quel tanto di palpito, quel sovrappiù di cuore che, pur in gemme incastonate nel nichilismo come “Disorder” o “Atmosphere”, era, ed è, impossibile non sentire nella voce di Ian Curtis. Per fare altri esempi, potrei citarvi le splendide “Missiles” e “Total Recall” dei Sound di Adrian Borland, o il maestoso lamento punk di “Romeo’s Distress” dei veri Christian Death, quelli con Rozz Williams. E siamo solo nell’abc dei grandi classici. Dico questo perché mi è capitato di sentir parlare degli Horrors come dei “veri eredi della stagione post-punk”. Torniamo per un attimo sulla terra. Non basta essere bravi, giovani, e capaci per essere i nuovi Ian, Adrian, o Rozz. E col senno di poi, visto come è andata a finire, può darsi che sia una fortuna.

Durante l’ascolto di “Luminous”, alcuni elementi colpiscono positivamente. Innanzitutto, è innegabile una certa cura per gli arrangiamenti. L’intersecarsi delle parti, così come l’impiego di tastiere e sintetizzatori, non è mai del tutto prevedibile. I suoni, a volte, riescono a conferire ai brani un mood psichedelico e insieme futurista(Chasing Shadows), ora flirtando con lo Shoegaze dei My Bloody Valentine (Jealous Sun), ora facendo decollare brani dalla scrittura un tantino manierista (So now you know). Il vero culmine dell’album è rappresentato però dall’ambiziosa “I See you”, sorta di “Moving Further Away”, ma con più pathos.

Circa otto minuti in cui il Post-Punk, la New Wave, il Synth Pop, ed echi di Shoegaze si passano il testimone in un’ideale staffetta dove gli striscioni recitano: “Serata a tema anni ’80”. Insomma, “Luminous” è un disco che suona bene. Bisogna dargliene atto. Purtroppo la scrittura non sempre si rivela all’altezza della veste sonora, e lo dimostrano quei brani che, malgrado il ruggito della sala macchine, non azzeccano una linea melodica convincente che sia una (First Day of spring, In and out of sight, Falling star). Faris Badwan, la risposta vivente all’eterno quesito “che succederebbe se Julian Casablancas finisse in un tritacarne?”, ha forse, insieme a Kele Okereke, la voce più curiosa ed interessante degli ultimi anni, in ambito Neo-New-Wave. Ma da solo non basta a sollevare le sorti di un disco che si presenta come uno strano oggetto venuto dal futuro, ed invece si scopre essere l’ennesima maratona lungo i viali del passato.

A farla breve, dopo “Skying”, un altro mezzo passo falso per i The Horrors, gruppo ancora giovane, malgrado abbia già all’attivo quattro album di inediti, e che spero possa presto tornare in sella, se non altro perché i primi due promettevano davvero bene. Mi dispiace, ma si beccano solo due saette. Lo so. A Natale sono tutti più buoni. Io no. E voglio la mia bambola gonfiabile.

[schema type=”review” name=”The Horrors – Luminous” author=”Marco Tucciarone” user_review=”2″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]