The War On Drugs – Lost In The Dream

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I’ll be here or I’ll fade away
Never cared about moving, never cared about now
Not the notes I’m playing
Is there room in the dark, in between the changes?
Like a light that’s drifting, in reverse I’m moving.

Scrivere una recensione di “Lost in The Dream” dei The War On Drugs a metà dicembre del 2014 non può prescindere da una domanda che da qualche settimana mi ronza in testa, visto che il disco ce l’ho nell’ ipod da marzo (cioè, da quando è uscito) : come mai questo disco è dalla maggior parte di critici ed esperti del settore considerato uno dei migliori del 2014?  Punto di partenza che potrebbe anche essere fuoriviante e far partire prevenuti nei confronti di un album chiacchierato e materia di polemiche, condivisioni sui social, amori e grida al “questi li ho scoperti io”.

Perchè poi c’è sempre chi se ne esce dicendo “non è nemmeno il miglior disco dei The War On The Drugs, e gli altri non se li era filati nessuno”. Obiezione che potrebbe anche starci, effettivamente. Ascoltando la primissima fatica di Adam Granduciel e soci “Wagonwheel Blues” , quella in cui il ‘fantasma’ di Kurt Vile era ancora presente, ci si trova al cospetto di un lavoro forse ancora acerbo ma dalle sonorità più ardite e sghembe, la voce meno effettata e più sporca, obliqua: un lavoro pienamente inserito in quella epopea americana che tanti figli illustri ha partorito (Richmond Fountaine, Wilco, Okkervil River, Iron & Wine) in cui le beneamate roots andavano a destrutturarsi nella contemporaneità distorta e trasversale degli anni zero. Molta strada è stata fatta dai The War On Drugs di Philadelphia, con principale effetto collaterale quello di perdere l’altra metà dell’anima del gruppo, quel Kurt Vile che nel frattempo con la sua carriera solista è riuscito laddove non erano ancora arrivati Granduciel & soci. E la strada li ha portati ad imboccare un percorso sostanzialmente differente, in cui però continua ad esserci come fil rouge una ricerca continua e indefessa sui suoni. Abbandonate le influenze più strettamente folkblues, pur condite di wave, dell’esordio e soprattutto messe da parte le preponderanti reminiscenze Suicide del secondo disco “Slave Ambient”, ci si è concentrati forse di più sulla parola, mentre le sonorità hanno subito una sferzata decisa, abbracciando un certo power-pop di ritorno alla Tom Petty solamente più dilatato e trattato, (un power-dream-pop ci verrebbe da dire) dalle atmosfere più squisitamente eighties. Ma di quegli Ottanta da FM americana, quelli dominati dal Boss per intenderci, sempre più lontanti dalle oscurità tipiche del decennio annerito di postpunk darkeggiante e sinistro.

Mix che invece, a mio parere, aveva caratterizzato in maniera convincente il secondo disco. Adesso, chi non conosca i precedenti dischi dei The War On Drugs li assocerà facilmente ai due succitati campioni del rock americano anni Ottanta, trovandoli forse un po’ poco inerenti al loro tempo, troppo derivativi, troppo retromaniac. Il piano dell’iniziale “Under The Pressure” già ci porta su territori lontani anni luce dai precedenti due: molto meno sghembo – a dispetto della intro – , più ordinario, più tappeto sonoro (ottimo, intendiamoci: stiamo pur sempre parlando di un eccellente disco) in cui la voglia di scoprire cosa stia dicendo Granduciel è molto più forte di quella di lasciarsi trasportare dalle sonorità tout court. Un po’ perchè ne abbiamo anche abbastanza di questo ritorno degli eighties, un po’ perchè – diciamolo onestamente – il disco sconta una monotonalità a tratti soporifera, se non ci fosse quella perla posta al secondo posto in scaletta che risponde al titolo di “Red Eyes”: un brano travolgentemente pop, in cui la forma canzone meno destrutturata possibile incontra echi wave ed epica spirngsteeniana, il tutto condito da una voce sempre meno nasale (Dylan style) e sempre più effettata, riverberata, in primissimo piano. Una canzone che ci ricorda da vicinissimo certe cose di Tom Petty: o forse ci lasciamo suggestionare troppo dal videoclip che l’accompagna (ditemi voi se il tizio del video non assomiglia esageratamente al Tom Petty che si vede nel suo “Into The Great Wide Open”). Canzone davvero incredibile, ruffiana sì, forse, ma che non riusciamo a non cantare ogni qual volta l’ascoltiamo. Canzone che all’interno di tutto il disco non trova omologhi, ed è probabilmente per questo che il singolone porta poi alla delusione della aspettative riposte su tutto il full lenght, che si mantiene sì sulle stesse sonorità ma sfornando pezzi maggiormente dilatati ed effettati (“Under The Pressure”, “Suffering”), spesso spaventosamente springsteeniani (“Burning”)

Ma da “Eyes To The Wind” parte un altro disco, un altro mood, quello più rispondente agli intenti contenuti nel titolo, che quasi non ti aspetteresti più. Si inizia davvero a perdersi nel magma sonoro magistralmente costruito di “Lost in The Dream”: il lirismo prende finalmente il sopravvento sugli effetti, e le parole si fanno più forti, più evocative. Il trittico finale “Eyes To The Wind”-”Lost In The Dream”-”In Reverse” da questo punto di vista è micidiale e riesce a farci sprofondare in un incantesimo da highway immalinconita. Adam Granduciel ci conduce letteralmente in una dark-road ipnotica, la sua stessa essenza più volte ripetuta nei testi del disco (“There’s just a stranger/Living in me/Yeah, I’m all alone here /Living in darkness”) nella quale occorre necessariamente entrare per essere sulla sua stessa lunghezza d’onda (“Sometimes I wait for the cold wind to blow/As I struggle with myself right now as I let the darkness in”). “Love’s the key to the games we play/I don’t mind losing”: e qui i The War On The Drugs vincono a mani basse; per assurdo, è proprio laddove rinunciano alle stratificazioni esagerate e si affidano a semplici giochi chitarristici oldschool, all’armonica a bocca e alla voce in chiave dylaniana che convincono di più. Poche mosse e siamo su quella “dark side of the road” su cui affiancarli e abbracciarli.

Tornando alla domanda iniziale: è comprensibile che questo sia considerato uno dei dei migliori dischi dell’anno. Occorre accoglierlo con pazienza, togliendosi dalla testa “Red Eyes” episodio piuttosto isolato in tutto il disco, e arrivando fino in fondo districandosi qui e là fra un flanging e un chorusing: non c’è nulla da perdere, c’è tutto da guadagnare nell’ascoltare attentamente questo disco dei The War On Drugs, che sicuramente non suonerà rivoluzionario e nemmeno “adatto ai tempi”, ma che sa commuovere ed esaltare. “It’s a door…It’s the key to the dark…Love’s a game; it’s always the same”.
[schema type=”review” name=”The War On Drugs – Lost In The Dream” author=”Patrizia Cantelmo” user_review=”4″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]