Angels & Airwaves – The Dream Walker

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C’erano una volta tre ragazzi che correvano nudi. Erano i Blink 182. All’epoca un fenomeno pop-punk denigrato tanto dalla critica quanto dai nostalgici del ’77. Ci fu un periodo in cui, nel vocabolario di chi ascolta ciò che è buono e giusto, i Blink furono sinonimo di “mancomorto”, e ancora oggi, a torto o a ragione, è così. Dal canto mio, ho sempre intravisto nelle filastrocche dei Blink, a malapena sporcate dal punk, una via moderna verso un pop da classifica lontano da ogni stereotipo. Ma è solo il mio punto di vista. Altri preferirono incoronare i Green Day, e la loro artefatta vis polemica e politica durante l’era Junior Bush. Una “musica ribelle” ad uso e consumo della cultura di massa da centro commerciale. Quanto di più involontariamente grottesco si sia visto negli ultimi anni.

Scevri da ogni schematismo ideologico, i Blink, pochi anni prima dell’11 Settembre 2001, sconvolsero il verbo punk-hardcore con le loro copiose iniezioni di melodia, con liriche pregne di trivialità, infantilismo, e scatologia. In altre parole, con pipì, pupu’, doppi sensi, e zero voglia di crescere. È c’è da immaginarsi, senza chissà quali astrazioni, che, negli anni antecedenti al massacro delle Torri Gemelle, i Blink siano stati la colonna sonora preferita di tanti Spring Breakers, e che con le loro note abbiano accompagnato le bravate di liceali brufolosi e collegiali goliardici.

D’accordo, non stavamo riscoprendo l’anarchia di Animal House nelle note di “Enema Of The State“, semmai eravamo dalle parti di American Pie. Ma è stato bello anche per noi, e parlo a titolo di chi all’epoca consumò quel disco, poter affrancarci, almeno per un po’, dalla ferrea disciplina musicale che già allora, a cavallo fra le Medie e il Liceo, aleggiava nei fine settimana. Mi riferisco al pacchetto completo “Reggae con slogan sociali+culto della Dea Cannabis”, che in varie circostanze, non ultime le autogestioni, ha visto molti, e per un pelo anche me, recitare la parte dei fattoni dogmatici, devoti al sacro tempio del CSOA. Almeno per un po’, è stato liberatorio poter gridare “Viva la Fica! Viva la Merda!”. Poi è iniziata la fine.

A dire il vero, qualcos’altro bolliva nel water, insieme agli escrementi e alle pagine di Playboy. Se “Buddha” è un disco che suscita quasi tenerezza per quanto è imbarazzante, e il successivo “Cheshire Cat” non gli è da meno, già qui notiamo i primi segnali, neanche troppo timidi, di un’incipiente malinconia di là da venire. Ce lo ricordano brani come “Strings“, “Touchdown Boy“, e la bella, per quanto registrata a cazzo di cane, “Carousel”, col suo arpeggio di basso iniziale, che ancora oggi è un cavallo di battaglia assoluto nei live della band, riunitasi non molto tempo fa dopo uno scioglimento durato otto anni. E cosa dire di “Adam Song“, tratta da “Enema of the state”? Trovatemi un’altra band pop-punk, dai Green Day, ai New Found Glory, ai Millencolin, capace di scrivere un pezzo così genuinamente “triste”. Non a caso la strada dei Blink 182 ha incrociato più d’una volta quella di Robert Smith. Ma questa non è una monografia sui Blink, nossignore, qui si parla degli Angels & Airwaves, abbreviati in AvA, e della doppia vita di Tom Delonge, musicista scarso e visionario, poeta schizofrenico, diviso fra il cesso e l’iperuranio, cantante per vocazione, non certo per intonazione, inventore di storie sconce, patito della Science-Fiction, padre di famiglia, erotomane di fede extraterrestre, in odor di Christian Rock, contraddittorio e ridicolo, venditore di merchandise, goffo e megalomane, a tratti ironico, a tratti donchisciottesco. Per il critico carnivoro, una pietanza succulenta.

Per comprendere meglio le cose, anche quelle apparentemente più inutili, è bene riavvolgere il nastro, e ripercorrere la storia, e dunque la storia delle cose, fin dall’inizio, come fa il vero detective, perché spesso la spiegazione, la chiave d’accesso al garbuglio, è la più semplice, e insieme macroscopica, come l’insegna di un grande locale. Ebbene, tocca tornare a “We don’t need to whisper“, opera prima degli AvA, e della seconda vita di Tom. Una linea parallela che mai più incrocerà l’antica traiettoria. “Valkyrie Missile” era, ed è tuttora, l’apripista. Un sogno universale, su tappeto spaziale, su cui Tom andò ad innestare, con romantica incoscienza, rudimenti di punk e di new-wave, rudimenti terreni, fra passato e presente, in andirivieni. Si parte. Si decolla. Un astronave sgangherata corre ad esplorare le grazie del firmamento, come in un video-gioco. Dal missile-escremento della fase anale, numero di serie 182, al razzo stellare, per penetrare i segreti del cosmo, alla ricerca di Dio. Dalla scatologia all’escatologia, senza soluzione di continuità. Fu così che nacque il “Dream-punk”.

Hello, here i am. Here we go. Life’s waiting to begin

Ci dice Tom nelle liriche di “The Adventure“. La missione è questa: ricominciare a sognare, e scacciare la gravità, nuotando nel vuoto, come fa l’astronauta. In perenne equilibrio sulla linea atmosferica che separa l’infinito dal finito, il mio Tom, lo scorreggione d’un tempo, diventa messaggero del bilico, angelo custode di una beata malinconia, che resuscita, a costo d’apparire stupida, lo stupore per gli elementi, che siano vicini, lontani, o immaginari. L’emisfero luminoso del pianeta Cure, nella galassia “The Edge”, contribuì da subito a segnare la rotta verso lo stile chitarristico di certi anni’80, quando la sei corde, più che emettere suoni, disegnava fantasmi di costellazioni. A Tom bastò entrare nella sala comandi, e premere “Push“.

In seguito arrivò I:Empire, nel cui singolo “Everything’s magic” si sovrappongono “Anthem part II” dei Blink e “Close to me” dei The Cure. E la canzone, eresia!, risulta migliore d’entrambe, anche se, rispetto alla prima, non ci voleva poi molto. Nel videoclip del brano in questione, sul finale, brilla improvvisamente una citazione di “Breakfast Club“. Se Tom ha una stella polare cinematografica, quella stella si chiama John Hughes. E così, dopo molte esibizioni live, terrificanti dal punto di vista canoro, come del resto insegna la scuola Delonge, da sempre ostile alla balistica dell’intonazione, e al calcolo diaframmatico della respirazione, atterrò sugli scaffali dei megastore, e dei pochi negozi di dischi rimasti, “Love Part I & II“. Un eccesso di melassa galattica, di cui buona metà merita di essere riscoperta, magari da qualche astronomo sognatore, mentre dell’altra, invece, non resta che polvere di cometa.

Ma se prima era tempo di volare, adesso è tempo di camminare nei sogni. Donne, uomini, è arrivato “The Dream Walker“. L’arrotino se ne farà una ragione. Smontando e rimontando, con la cura ossessiva del modellista, anni ed anni di pop sintetico, e di punk poietico, aiutato in questo dal sodale arrangiatore, e polistrumentista, Ilan Rubin, già all’attivo, dall’altra parte dell’universo, coi Nine Inch Nails, Tom ha così confezionato il suo nuovo giocattolo, un altro concept-album, che, a dispetto delle solite aspettative a ribasso, è meno sgangherato del previsto.

La storia, secondo l’oracolo di Wikipedia, è stata partorita quindici anni fa, ovvero in tempi non sospetti, vedi alla voce “It would be nice to have a blow job from your mom“, e stavolta, più che nell’ennesima odissea interstellare, siamo dalle parti della proiezione astrale. Se qualcuno di voi ha visto “Insidious“, sa di cosa sto parlando. Il protagonista di questa storia, da cui è anche scaturito un cortometraggio animato, prodotto dallo stesso Delonge, e vincitore di un premio al Toronto Film Festival, è un certo Poet Anderson, un pischelletto dall’aria vagamente emo, che quando sogna si accorge che sta sognando, e perciò se ne va a zonzo in piena libertà per tutta la “metropoli onirica”, come un qualsiasi Regular Joe, o Mario Rossi d’italica memoria, che a un certo punto della sua giornata pensa: “Sai che c’è? Adesso esco e vado a comprarmi il pane“. Solo che nella metropoli onirica in questione i panettieri scarseggiano, e dunque il nostro Poet, si deve accontentare di angeli che gli fanno da guida, come il Dream Walker del titolo.

Angeli, dicevamo, ma anche Demoni, come Night Terror, la nemesi di Poet, e poi il Destino, e poi l’Amore. Come disse il poeta Valentino Zeichen, durante una delle sue letture pubbliche: “Non manca nulla in questo menù“.

 

Più che l’inizio, “Teenagers and Rituals” segna l’iniziazione. In un trionfo di autocitazioni canore, fisiologiche per chiunque abbia pubblicato oltre un centinaio di brani, spicca un sorprendente umore Dark, attutito dalla sordina del Pop, e da un refrain ritmicamente danzereccio. Insomma, “non è la solita solfa“, mi verrebbe da dire, sintetizzando in un’unica espressione il mio intero lavoro critico. Fra cantilene appiccicose, campi minati, e angeli-guida con sembianze feline, il primo passo nel sogno, e perché no, nel simbolico d’accatto, è stato compiuto. Ad ogni modo, se il mondo è una zona di guerra, anche i sogni non scherzano. Specie quello Americano. Il primo a ricordarcelo fu Wes Craven, col suo “Nightmare“, decenni orsono. Nella successiva “Paralyzed“, il nostro Poet, si ritrova in una terra di mezzo, più vicina a quella di Tolkien che a quella di Buzzi & Carminati, fatta di fuochi e di pericoli. E il diciannovenne “Missing in Action” se la fa addosso, ragion per cui l’insopportabile Virgilio Leonino gli dice, in sostanza:

Non ci sono cazzi. Devi diventare “eroe”, se vuoi portare a casa la partita: Sleep, and awaken to life, for a Hell of a ride

La canzone richiama da vicino alcuni episodi di “Love“, in particolare “The Flight of the Apollo” ed “Inertia“, sia per la tessitura melodica del canto, dagli orli fugacemente arabeggianti, sia per il riffone incattivito, altra costante dell’opera a marchio DeLonge, fin dai tempi del side-project coi Boxcar Racer.
E siamo a “The Wolfpack“, terza traccia del disco, e probabilmente la migliore del lotto. Qui il nostro eroe, o meglio, “A city boy that can never say never“, si addentra in una foresta dove volano proiettili, cadendo nei sortilegi di una misteriosa ragazza che, letteralmente, “mozzica come un lupo“. A’Tom, sapessi i sogni che faccio io!.

Finding a light in a world of ruin, startin’ to dance when the Earth is cavin’ in

S’intuisce che la luce, in questo caso, è il razzo dell’astronave Synth-pop, che, nell’ouroboro visivo dell’oblò, riaggiorna l’Arpeggiatore-Depeche Mode. Chapeau!

Tappa Numero Quattro: “Tunnels“. Esatto, qualche punto di contatto col brano che inaugurava il “Funerale del Fuoco d’Arcadia” c’è. In Primis, la morte. E non una morte qualsiasi, ma quella del padre di Tom, che, attraverso un tunnel di parentesi spazio-temporali, ha dato ispirazione al pezzo. Era notte. Tom non riusciva a dormire. Il suo cuore sembrava sul punto di esplodere, come in sovraccarico da coca e anfetamine. Poi tutto si calmò, e mezz’ora dopo arrivò una chiamata dall’ospedale, diceva: “Suo padre è morto mezz’ora fa”. Questo è solo il riassunto di una breve intervista rilasciata da Tom Delonge, ma basta a far capire che se il nostro eroe, il nostro “Johnny come-lately“, arriva a mettere in dubbio l’esistenza di Dio, e a temere per la vita di chi gli è accanto, in una corsa contro il tempo che lo vuole spacciato, insomma, parla proprio con la voce di Tom.

Kiss with a spell” è un altro esperimento Synth-pop, ma riuscito solo a metà. La trama sintetica, in principio intrigante, si tronca bruscamente, e lascia spazio ad un inciso che suona banale, nonché posticcio. La guerra torna prepotentemente protagonista nel dittico “Mercenaries” e “Bullets in the Wind“. Una misticanza irta di spettri, soldati, coltellate, e radio a transistor. È di certo il capitolo più aggressivo della raccolta. Impossibile non sentire nella seconda echi, per nulla lontani, degli Sparta di Jim Ward, periodo “Threes“.

Da questo punto in poi, arrivano le ombre. Nella fattispecie tre brani conclusivi che sanno di rilassamento muscolare, di esercizio defaticante. Dopo la vigorosa, e anacronistica, epicità delle prime sei/sette tracce, i riflettori dell’urgenza espressiva si spengono, e cala il sipario dei mestieranti. “The Disease” guarda alla Musa di Bellamy, e dopo il primo refrain già non se ne può più. “Anomaly” fa onore al proprio titolo, un po’ meno all’album, tanto da sembrare un pezzo capitato lì per caso. E così l’avventura del nostro eroe finisce col suo risveglio. Morale della favola: trova il coraggio di rivelarsi alla pischella che ama. No Comment.

Una chiusura indegna per un disco che, a tratti, mi ha preso per mano, guidandomi nel sogno di un visionario che molti deridono. Un Don Chisciotte venuto dal Mainstream. A conferma di ciò, c’è una scena tratta dal documentario “Start the Machine“, che ci svela il dietro le quinte delle registrazioni di “We don’t need to whisper“. In questa scena vediamo Tom che discute coi membri della sua band, ora quasi tutti fuoriusciti, mentre un montaggio alternato mostra vari articoli di giornale che ospitano le sue farneticanti dichiarazioni, della serie “Cambieremo la storia del Rock!”, “Nessuno si è mai spinto così oltre!”, “Saremo i migliori di sempre!”.

Il tenore dei discorsi che Tom propone ai suoi è praticamente lo stesso. E loro se lo guardano con occhi intrisi di scetticismo, di perplessità, finanche di compassione, dicendogli: “Amico, dai, adesso calmati”. Da allora l’ho amato ancor di più. Ma ora, anche per me, è arrivato il momento di darmi una calmata. Il nostro viaggio dalla tazza del cesso alla fase Rem, passando per i Bastioni di Orione, è giunto al termine.
Vi lascio con un mio breve componimento. Buona merda, e buone stelle a tutti voi.

A THOMAS MATTHEW DELONGE

Quando Tom decise di guardare
nell’orbita ellittica del water,
come dall’oblò di un astronave,
non si fece impressionare
dal relitto subacqueo,
di colore scuro,
ma si finse nello Spazio,
e fin lì porto il suo canto,
malgrado tutti
lo invitassero a sedere
Del resto, il primo ep dei Blink
s’intitolava: “They come
to conquer … Uranus

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