Godflesh @ Init Club [Roma, 10 aprile 2015]

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Attitudine e Visual:

È una serata che macina rumori ad alto voltaggio e all’insegna di un industrial metal sporcato e cesellato da contaminazioni varie quella proposta dall’Init. È una sorta di mini festival dedicato al genere che, come un lunghissimo torrente in piena di escoriazioni ritmiche, scorre potente fino a sfociare con le prodezze sonore dei Godflesh. Sono infatti tre le band che si avvicenderanno sul palco prima dell’esibizione del duo di Birmingham. Ad aprire questa “distesa danza di sangue” sono i Disumana Res, band attiva dal 1995, che scava sino al midollo tutte le caratteristiche del genere. Celandosi dietro gli acronimi di AB, MC, RS, il gruppo alterna così miscele cruente e sature di basso e chitarra, campionatori martellanti e urlato che sale sordo e ruvido dalle cavità più torbide della gola, condensando il tutto in circa quaranta minuti di potenza con qualche piccola macchia nera nella resa sonora complessiva. È poi la volta dei Deflore, Christian Ceccarelli (basso, samples, synths) ed Emiliano Di Lodovico (chitarra, synths), con la loro originale formula che fonde le distorsioni industrial alle fluidità elettroniche. Un loro live segue una sorta di approccio sensoriale che ha per protagonista la musica nuda e cruda, quel suono privo di voce fisica che si muove in un continuo flusso di sperimentazione. Sembra di assistere alla costruzione di una macchina sonora “umanizzata” che lotta incessantemente tra ossessioni robuste e visioni eteree. Gli unici a sfoggiare la batteria sono i Syk che, lavorando di matematica, cadono però nell’errore del caos, penalizzati inoltre da un’acustica non eccelsa. Ogni strumento purtroppo appare troppo svincolato l’uno dall’altro. Pur risultando molto fisici sul palco, i dialoghi ritmici della band si perdono tra loro e anche la voce di Dalila Kayros sembra voltare le spalle al resto, urlando a vuoto sovrastata dal muro disordinato degli strumenti. Finalmente è la volta dei Godflesh: sale sul palco prima il bassista G.C. Green, seguito dall’altissima sagoma di Justin Broadrick con una maglietta dei Ramleh ben visibile e una otto corde alla mano. L’apparente mood scarno del palcoscenico si arricchisce così di un suono distruttivo e di inquietudini scenografiche. Le immagini e i video proiettati fiammeggiano caustici tra incendi, maschere ataviche dal sapore ellenico, liquidi stranianti, volti deformi e crocifissi. Il basso sembra evocare spiriti dall’oltretomba, mentre la drum machine è un muscolo alieno che pompa in continuazione battiti e la voce di Justin Broadrick è un pugno nello stomaco che duella col suo fare pacato sul palco. Il tutto appare come una combinazione perfetta di fattori, di furore e oblio, di suoni che si susseguono tra loro senza dare alcuna tregua.

Audio:

Non sempre ben calibrato con i Disumana Res, buono con i Deflore, decisamene fuori fuoco con i Syk. Dopo un iniziale problema alla spia segnalato più volte da Justin Broadrick, il sound proposto sul palco dai Godflesh si fa vivo e consistente. Le note prendono così il volo con tutto il loro impatto sonoro corposo e potente, forse a tratti un po’ troppo compresso, senza però far sanguinare mai le orecchie dei presenti.

Setlist:

L’inferno ha il sapore cupo di New Dark Ages. Seguono Deadend, Shut Me Down, Life Giver Life Taker e Carrion. Arrivano poi le bombe impazzite di Christbait Rising e Streetcleaner. Il cerchio infuocato si chiude con Spite e Crush My Soul, rispettivamente tratte da Pure e Selfless. Il bis è affidato alla rabbia di Like Rats.

Momento migliore:

Christbait Rising, Streetcleaner, Crush My Soul, Like Rats, con un orecchio in un perenne stato di alienazione voluta e appagante.

Pubblico:

Soddisfazione e concentrazione appaino sui volti del pubblico, alle prese tra pogo e trance contemplativa, e un coro all’unisono urla nell’encore.

Locura:

Più che di locura qui si parla di tempi dilatati, di apertura dei concerti ritardati, di mancata puntualità e di quella cattiva abitudine, non nuova al pubblico italiano, di far suonare tardi le band proposte in cartellone. Alla fine le lamentele non mancano, ma ci si ride su e ci si gode il live.

Conclusioni:

I Godflesh sul palco sono delle macchine da guerra dall’indole distante, lavorano sugli strumenti con precisione fredda senza disdegnare momenti d’intenso pathos ritmico. Il sound è tagliente, devastante e capace di penetrare tutti i sensi raggiungendo abissi inarrivabili. È un monolite corroso dal suono stesso: brucia come un fuoco infernale e vivo che non ha intenzione di spegnersi mai.

Don’t hold me back, This is my own hell