Sun Kil Moon – Universal Themes

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

And I’d like to die with music in my ears

The piano of Maurice Ravel or

Godflesh’s guttural growls from hell

(Sun Kil Moon; The Possum)

Il poeta della morte e del pericolo, delle violette, dell’Ohio e degli amori strappati agli attimi torna a farsi sentire nel suo periodo di massima grazia. A un anno da Benji, dopo il siparietto che vide la registrazione di War On Drugs: Suck My Cock, arriva Universal Themes, disco che sembra avere un solo significato: la vita si svolge quotidianamente, e quotidianamente va raccontata, quindi vissuta. È nel racconto che tutto prende forma, che tutto assume significato per quello che è e non per quello che la nostra percezione ci ha mostrato. Tutto va indagato, tutto va esorcizzato, esattamente come la tanatofobia ridotta in null’altro che subdola sineddoche da Sorrentino, in quell’ultimo film dove appare un defilato Kozelek che si esprime al meglio nell’arricchire la fotografia tronfia del regista con il suo minimalismo musicale, quasi a porvi rimedio.

Went to sleep last night, yeah again, here in Flims, Switzerland

And woke up to the sound of Michael Caine’s voice,

Echoing down the hall

(This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station)

E ancora:

I got a call from Paolo Sorrentino

I’d be off to Switzerland in a week or so

(The Possum)

A differenza di Sorrentino, che sembra avere sempre un rapporto di diffidenza, sfida, con la morte, Kozelek ci gioca, la prende in un contropiede blues, e assieme ad essa dileggia anche noi, che chissà per mano di quale pirotecnica e inattesa morte scompariremo:

Your life could end with a bullet in your head

In a parking lot

Or in a cancer ward

Much earlier than you ever thought

(Cry Me a River Williamsburg Sleeve Tattoo Blues)

E allora come marcare la propria esistenza sulla Terra, prima che il famoso proiettile ci soffi via la testa, come il vento e il tarassaco? Kozelek gioca, ma in realtà dà necessarie lezioni spirituali, nell’intrecciare – tra le righe delle sue canzoni – rapporti: amichevoli, sessuali; rapporti di sangue, di attaccamento alla terra e al cielo, al materiale e al metafisico. Ogni cosa è illuminata. Vivere è tutto: è artistico ed esplosivo, come vuole l’America – o meglio, la sua letteratura – è innocuo e routinario, meraviglioso, elementare; e qui è un disabile a lumeggiarne l’ammirevole semplicità:

A year ago, I was in a car with a handicapped kid

I said: So what are you gonna do with your life?

And he sat there blank

And I said: Okay, you think about it a minute

And a few minutes passed and I said:

So what are you gonna do with your life, it’s been a minute?

And he said: I’m just gonna, I’m just gonna,

I’m just gonna, I’m just gonna live it

(This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station)