Nine Inch Nails – The Downward Spiral

TDS-Cover

“Mi sono seduto. Mi sono guardato allo specchio. Ho cercato di ricordare che la musica è l’unica cosa che mi ha salvato in passato. Probabilmente se non fosse per la mia carriera con i Nine Inch Nails oggi non sarei più a questo mondo. La mia musica mi ha fatto sentire indispensabile, unico”

 – Trent Reznor

Le tenebre di una generazione, di quelle più silenti e invisibili. Le oscurità di un’epoca che si eclissa nella coscienza macchiata di sensazionalismo, per deviare la propria natura altrove, in una eterna spirale discendente. The Downward Spiral – noto anche come Halo 8 – è la rappresentazione feroce di questa deriva, tanto inconscia ed esistenziale quanto materica.

È l’effige di cui il titolo stesso è metafora vivida, di una difficoltà che non trova via d’uscita se non nell’auto-annientamento. È l’emblema di un industrial che a colpi duri di drum machine, samples, battiti lancinanti, distorsioni taglienti, rabbia, sesso e violenza, assimila il lato più buio e alienato dell’Io, trasfigurandosi in quella tetra fabbrica di rovine macchinata da un instabile Mr Self Destruct – alter ego di Trent Reznor stesso.

Quello che emerge da questo concept album è dunque un cammino sonoro vorticoso e impervio, che cattura l’ascoltatore grazie alla sua variegata potenza ritmica: un luogo dove il suono viene utilizzato come tramite ossessivo alle frustrazioni più personali, divenendo espressione di una verità più grande e concreta.

Ruvido e spietato, il disco prende forma “idealmente” dalle registrazioni avvenute presso il PIG studio al 10050 di Cielo Drive (luogo noto per l’omicidio, il 9 agosto 1969, di Sharon Tate e alcuni suoi amici ad opera della “Family” di Charles Manson), inglobando al suo interno una sorta di visione “nietzscheana” della verità: una forma di nichilismo che sfocia nella morte di Dio, inteso come emanazione di una legge sovrumana, e nella fragilità di un uomo che cerca di ergersi a padrone del mondo.

Trent Reznor compone i brani praticamente in solitaria, avvalendosi della collaborazione di due maghi del suono come Flood e Alan Moulder, oltre a Chris Vrenna, Danny Lohner, Charlie Clouser nonché del chitarrista Adrian Below dei King Crimson e del batterista Stephen Perkins dei Jane’s Addiction.

Ed è così, in un vortice perenne di fluttuazioni vitali, che il disco alterna i lamenti deformati di una tortura legata alla manipolazione (Mr Self Destruct) a un mantra reiterato di tensioni sepolte e precarie (Piggy), la blasfemia rissosa e malata (Heresy) all’ipocrisia più cruenta (March Of The Pigs), le fantasie, e sottomissioni, sessuali più recondite eclissate su strati corposi di suoni (Closer), agli inganni della distruzione (Ruiner).

Con le urla di “The Becoming” avviene poi la definitiva trasformazione, quella uomo – macchina: altro tema fondante dell’album, già presagito a più riprese sin dai primi vagiti sonori. Un automa composto da circuiti metallici che tenta invano di opporsi al mondo moderno. Il caos meccanico prende brutalmente il sopravvento (I Do Not Want This, Big Man With A Gun) per poi cedere il passo alla distensione strumentale e circolare che sfuma nell’accettazione del dolore (A Warm Place), mentre una qualche forma di rivelazione traspare nel disperato elenco di volontà del protagonista (Eraser). Le dissonanze sfociano nell’imponenza cupa di “Reptile” e nell’insania silenziosa e deflagrata della title-track. “Hurt” chiude infine il cerchio con la visione acustica e alterata di un tormento ormai insanabile e letale, di un sentimento, puro e drastico al contempo, che non può essere allontanato in alcun modo.

The Downward Spiral è in definitiva lo specchio più oscuro degli anni Novanta, un album seminale, “anti” sotto molti punti di vista, capace di mescolare l’emotività più intima e introspettiva all’isteria e al disordine generazionale. È l’epopea dell’uomo contemporaneo, schiavo di se stesso e della società, che non riesce a liberarsi dalle catene delle ideologie e dei dogmi, anelando l’irraggiungibile catarsi della libertà.