Soundgarden – Badmotorfinger

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Dev’esserci un motivo se tutt’oggi, presso il consorzio femminile, lo stagionato Chris Cornell riscuote ancora tanta e copiosa foga ormonale. Sì, lo so: l’invidia è un malaccio cuspidato, sempre in agguato, peggio di qualunque vespa o tafano della malora. Ci punge nel vivo, lì dove un tempo stava intatto l’orgoglio, e pure quell’idea, scombinata e assai presupposta, della nostra stessa virilità. La sua voce, la sua faccia cristica perfetta per un film sul nazareno, tutto ciò ci perseguita. Ci ricorda che mai e poi mai (ma per dire mai) saremo all’altezza, saremo abbastanza. E parlo ai poveri illusi, ai carcerati a vita in sala prove, bardati di feticci grunge. Agli emuli volenterosi che ben conosco e ho ben conosciuto (e posso dire, senz’alcuna esitazione, quanto me stesso). Stirpe reietta, di un sogno derubato (fare l’uomo grunge, e ispirare il sesso alla donna). Come Cornell nei Soundgarden.

La ristampa super-mega-deluxe di “Badmotorfinger” non può quindi che riportare a galla brutti ricordi. Di gente che ha barattato la propria dignità per una cover dei Soundgarden, nella vana speranza che Cupido dardeggiasse il cuore della donzella in prima fila. Lì nei locali che tutti sanno, ma che nessuno vuol vedere. Troppo romantico però, e in fin dei conti sbagliato. Questo disco, prima di tutto, è un’opera che incensa e glorifica la natura fallocentrica, del rock. La chitarra di Kim Thayil ruba quel che può ai Black Sabbath e ai Metallica. Il basso di Ben Shepherd si accontenta di essere un ricalco pressoché pedissequo delle chitarre secondarie, con giusto qualche fioritura in chiusura di battuta, lasciando dunque alla batteria di Matt Cameron i maggiori guizzi in fase ritmica. Quanto a Cornell, solita storia: calore strappa-mutande nel registro basso, e acuti alla Plant, con urla dilanianti qui e là.

Le urla prossime all’isteria non vanno però a inficiare l’impianto solennemente piacione (e in questo senso squisitamente metallaro, più che grunge) di un album davvero nerboruto, giunto a spegnere le sue prime 25 candeline con la stazza possente di un istruttore culturista appena diplomatosi al CONI. Lasciate stare le accuse di blasfemia mosse al video di “Jesus Christ Pose”, perché questo album è e rimane un gigantesco “Jesus Chris Superstar”. La consacrazione di un idolo del pubblico femminile, di milioni di groupies più o meno in contumacia. La cristologia estenuante (l’ho sempre trovato troppo lungo, l’album) di un modello di riferimento per molti maschietti alle prese con le cover. Chi l’ha imitato male, restandone vittima. E chi invece ha strappato un po’ di gloria: “Bravo, canti come quello dei Soundgarden”.  Frasi del genere, a volte, possono risolvere un’intera vita.

Qui il gruppo nato a Seattle mosse i primi passi verso il successo planetario (al suo quarto lavoro). A ciò si aggiunga che il brano “Room a thousand years wide” è invecchiato proprio bene, grazie anche al sassofono e alla tromba di Scott Granlund ed Ernst Long sul finale. Meno profondi, meno viscerali degli Alice in Chains, meno iconici dei Nirvana, i Soundgarden rivaleggiano coi Pearl Jam in termini di “cantante con ugola squaglia-femmene”. E sai che c’è? Forse vince Eddie Vedder. Magra, magrissima consolazione.

Data:
Album:
Soundgarden - Badmotorfinger
Voto:
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