Yellow Magic Orchestra – Yellow Magic Orchestra

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Anno 1978: periodo di sperimentazioni. La bomba punk era già stata detonata, un impatto a lungo raggio con ripercussioni indissolubili e impensabili per gli anni a seguire. Anni di prove e collaudi, soprattutto per quanto riguarda la tastiera. Assistiamo alla nascita di tantissimi generi e sotto generi come la New wave e la No wave, passando per il Rock più astratto e sperimentale, fino all’Industrial: i sintetizzatori salgono dunque alla ribalta. Non proprio una novità, poiché grandissime band, come ad esempio i Pink Floyd, avevano già capito quasi dieci anni prima la potenzialità di questo strumento; con il moog ed i suoi effetti si spalancava un mondo di suoni travolgenti. I Kraftwerk ne fecero la propria arma, un potenziale fuori-controllo dalla gamma di articolazioni (synth) incalcolabili, riuscendo nel tentativo di domare questa magnifica belva.

Anche nell’America della Disco Music, i sintetizzatori entrano a gamba tesa; sia nei dancefloor, che negli studi di registrazione. La disco “philly”, il Motown sound e l’impronta Salsoul vengono rimpiazzate dalla potenza dell’arpeggiatore di Giorgio Moroder. Quelli che prima erano sensuali movimenti di corteggiamento ora sono diventati pregiudicati approcci sessuali.

Succede ancora qualcos’altro, ma dall’altra parte del mondo: precisamente in Giappone. Gli Yellow Magic Orchestra debuttano proprio nel 1978, riuscendo nel tentativo di creare qualcosa di unico. Guidati dal factotum, deus-ex-machina nonché teorizzatore artistico Ryuichi Sakamoto – che debutta anche da solista nello stesso anno col meraviglioso “Thousand Knives” –, gli YMO riescono ad unire in maniera quanto più organica e allo stesso tempo eterodossa la musica folkloristica giapponese, i ritmi disco-music (ripresi proprio quest’anno da Todd Terje) e le suggestioni ad 8-bit dei primi videogame.

Un approccio che si manifesta fin subito. Gli intermezzi udibili durante “Computer Game” sono proprio quelli inerenti ad una cultura che li a breve esploderà in tutto il paese. Videogiochi del calibro di: Space Invaders, Asteroids, Galaxian, Night Driver e tutto il mondo della Taito – vera avanguardia nipponica per quanto riguarda la scoperta di nuove sonorità e microcosmi. “Firecracker” è una composizione primaverile, basata su una scala armonica giapponese con sottofondo balearico: quella che dovrebbe essere una sezione di archi diventa digitale e sintetica, mentre la batteria di Takahashi diventa una drum-machine.

L’album prosegue come una lunga suite intervallata solo brevemente dalle divagazioni ad 8-bit. “Simoon” emana la brezza mattutina all’ombra del patio, rimirando le signore di Tokyo in costume tradizionale che fanno la spesa con il carrettino, mentre le insegne giganti della Yamaha e della Sony fanno da cornice sui grattacieli antistanti. Accenni di piano Jazz, samples creati col micro-compositore Roland MC-8 e rumorismi glitch. “Cosmic Surfin’ ” pesca a piene mani dalla rivoluzione moroderiana, abbandonando il turbine pornografico di muscoli danzanti, alzandosi in volo sugli skyline giapponesi, fra gli antichi monti e le nascenti metropoli: un’allegra pièce teatrale per arpeggiatori digitali. Così si arriva al capolavoro “Tong Poo”, un groove costruito su un riff Progressive Jazz capace di fondere la melodia tradizionale nipponica con la Disco più Funk. Variazioni organiche che fanno il paio con quelle di “La Femme Chinoise”: stessi arpeggiatori, oscillazioni spaziali, chitarre distorte e una voce femminile al sequencer che ci guida all’interno di questo viaggio cosmico.

Mentre negli stessi anni, in Europa, certa kosmischemusik – anche quella che indossa la maschera della dance – usava i synth per creare una pallida e distopica visione di un futuro abitato da miriadi di robot senza volto, all’interno di un panorama post-inustriale, gli YMO intesero la tecnologia come qualcosa di gioioso e liberatorio. Un classico danzar di ossimori e contrasti che solo in Giappone poteva essere concepito. Un enorme kimono fiorito che abbraccia le nuovissime tecnologie. È quello che si percepisce ancora una volta nella finale “Mad Pierrot”, dove i refusi Jazz s’incontrano con queste inebrianti arie Folk e con l’avanguardia, rendendo il mondo degli Yellow Magic Orchestra una terra dominata da questi stravaganti strumenti tecnologici, il cui scopo ludico si scontra con la gravosità intellettuale dei colleghi occidentali.