Opez – Dead Dance

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And when I’m dead I want you to have a dance for me instead of a wake

Il disco degli Opez è un rituale che dura fino a quando le candele non si spengono. Massi Amadori (Chitarre) e Francesco Tappi (Contrabbasso) si incontrano qualche anno fa scegliendo di dire la loro su quel fronte musicale che viene definito “sound desertico”; un’etichetta con la quale si indicano, più o meno genericamente, quelle sonorità da film Western o Pulp,  gruppi più o meno conosciuti di sangue latino, e dove spesso è d’obbligo il paragone con i maestri Calexico.

Ogni traccia del disco è una sfumatura di questa visionaria danza sonora, passando dalla cumbia al blues, dal bolero alla ballad: nel loro minimalismo acustico gli Opez non fanno mai esercizio di stile avendo una grande cura dei suoni. Le 11 tracce strumentali di “Dead Dance” sono piccoli riti evocativi per liberare emozioni e sensazioni nell’etere dei chiaroscuri dell’anima.

Gli Opez sono musicisti abbastanza navigati da non cadere nella banalità: non sacrificano la melodia alla sperimentazione, e non si preoccupano di distinguersi da tutto il resto, anche se alla fine ci riescono. Dead Dance, il loro primo disco, ha già nel titolo e nell’immagine di copertina quello che vogliono farci sapere; e per chi non avesse capito che il tema principale non sono gli “spaghetti” ma la “Morte Che Evoca La Danza” o viceversa – avete presente la bellissima scena dell’incidente nel film Cuore Selvaggio? – può guardarsi il video della canzone “Estelita” ed entrare nel mood. Del resto, con certi rituali bisogna stare attenti, e per fortuna gli Opez sono dei musicisti e non degli sciamani; scheletri e funerali sono solo per gioco, anche se ascoltare il loro disco all’alba o al crepuscolo fa un certo effetto.