Rover – Let It Glow

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Nell’indefinito e vorticoso mondo musicale, Rover, uomo dalla statura colossale, cornice di una voce sì frale – come rimerebbe un poeta in endecasillabi -, è l’ennesimo luminoso singer in the dark, cosciente che nell’ombra il mondo si trasforma in materia flessuosa al servizio dell’arte, consapevole che il peso del mondo è un peso d’amore troppo puro da sopportare (Fausto, Massimo Volume) e sicuramente così è al di fuori dell’oscurità, viene da aggiungere. Voglio precipitare/ in gocce di rugiada/ e mescolarmi con la cenere, così scriveva (ed esauriva) Novalis.

Rover nei suoi nove mesi trascorsi scrivendo nelle notti blu sbattute su un piano elettrico CP-70 della Yamaha, recuperato in un viaggio verso la stessa Germania del poeta che abbiamo appena citato, torna a baciare il proprio eclettismo e ad accarezzarlo limitandone la schizofrenia. Gli strumenti posseduti da Rover sono dei prolungamenti sentimentali dei suoi arti: lavorare sulla musica per mezzo di essi, vuol dire, in prima battuta, lavorare esclusivamente con e su stessi. La costruzione di un io è un procedimento lento che richiede gradualità, per questo motivo il nuovo Let It Glow sembra il gesto ripetitivo di un cantore esaurito. Pianoforte cadenzato, falsetto ovattato, pop destrutturato. Ma vedere ripetitività in questo vuol dire non percepire la diversità emozionale di ogni singolo colpo uscito dalla Colt di Clint Eastwood: l’uomo è lo stesso, la pistola anche, e così i proiettili tra loro combaciano alla perfezione. Cambia l’inclinazione della pistola rispetto al petto, la precisione del colpo, l’astuzia e l’intuizione che muovono il grilletto. Some Needs, Odyssey, Let It Glow, In the End sono il risultato di un colpo registico – a questo punto – di un esperto: il saper raccontare le stesse storie suscitando la medesima risposta equivale a mettere al proprio servizio l’infinita potenzialità emotiva dell’esperienza limitata.