The Hangovers – Different Plots

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Suona quantomeno curioso, in questi giorni di allerta nazionale, trovarsi a recensire un disco solare, fresco, oserei dire spumeggiante, come “Different Plots” dei bolognesi The Hangovers. Bolognesi, è il caso di precisarlo, con origini sparpagliate nel globo terracqueo. I ragazzi, sul loro sito ufficiale, si definiscono “Gioiosi Hooliganisti Nichilisti“. Un accostamento ardito, che mi fa tornare in mente il “Marxismo Mandrakismo” del bancario Total, interpretato da Flavio Bucci in “La proprietà non è più un furto” del regista romano Elio Petri. Ma qui siamo altrove. Qui la politica non c’entra niente. Tantomeno il marxismo. Per loro stessa ammissione, i ragazzi intendono smarcarsi dalla noiosa attitudine politicheggiante che ancora oggi, è sottinteso, zavorra gran parte della produzione musicale nostrana. Una posizione alquanto discutibile, ma ben riassunta dalla meravigliosa copertina dell’album: un coloratissimo guazzabuglio pop da cui fanno capolino l’Amaro Montenegro, i fumetti di Roy Lichtenstein, Gullit con la maglia della nazionale Olandese di calcio, e con al centro una carta da gioco decisamente da collezione. Belle donne, tifo da stadio, e amore per il vizio, per il piacere, per l’eros giocato senza rimorsi. Gioioso Hooliganismo Nichilista, già.

Trame differenti, recita il titolo. Trame che s’intrecciano col folk, col blues, qualche accenno di ska, e una carica rock ‘n’roll che come il motore di un motoscafo ci trasporta dai fiumi d’alcol di un pub irlandese fino al falò notturno di una festa caraibica, o riminese se preferite. Innanzitutto notiamo che il disco, composto da dieci tracce, ha una prima parte cantata in italiano e una seconda cantata in inglese. E se la prima parte lascia piuttosto perplessi, non tanto per gli arrangiamenti o per l’esecuzione dei singoli brani, di buona fattura, ma per via di melodie che faticano a catturare l’attenzione, è nella seconda che invece il disco decolla. A dire il vero, un primo sussulto già ce lo regala “Ogni Sera“, la traccia numero cinque, la quale, in appena tre minuti e mezzo, condensa una struttura tripartita che da un avvio corale con solo accompagnamento ritmico monta poi sui tavoli di un’indiavolata taverna folk per culminare in un’armonia dal vago sapore grunge, mentre le voci ripetono il titolo della canzone come un mantra (alla ricerca del Nirvana?).

Dulcis in fundo, la malinconia della title-track, una ballad semi-acustica coi cavi degli strumenti collegati direttamente agli scogli, per dar voce a pensieri che si perdono all’orizzonte dell’oceano. Un brano davvero riuscito, a suggello di una seconda parte del disco, rigorosamente angolofona, dove il cantato si sposa coerentemente con la scelta dei timbri, dei ritmi, delle melodie.

Tirando le somme, un disco sexy e solare, magari non memorabile, ma immerso nelle acque di un’estate Pop formato cocktail, che assume i tratti di uno speciale luogo dell’anima. Un’anima finalmente felice della propria decadenza, ma senza rinunciare a una certa nostalgia, che rievoca sogni e immagini del passato: i Playboy della Riviera, Gigi Rizzi a braccetto con Brigitte Bardot, una stagione che allora doveva sembrare infinita, e che adesso, forse, questo disco tenta di risvegliare in noi. Divertente come una serata fra amici. Effimero come l’euforia prima dei postumi. Perturbante come una cartolina vacanziera da un tempo di guerra.