Courtney Barnett – Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit

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Altri cinque minuti e mi alzo. Poi inspiegabilmente diventano venticinque. Panico. Con un rovescio degno del miglior Federer, allontano le lenzuola dal mio raggio d’azione per evitare di inciampare su di esse, prima di affrontare lo sbalzo termico in loro assenza. Puntualmente inciampo. Osservo la sedia multiuso all’angolo della stanza – divenuta oramai un attaccapanni degno della miglior ingegneristica Foppapedretti –, e dallo schienale acchiappo l’ultima t-shirt presentabile. La ‘stiro’ in modo discutibile pressionando il tessuto con le mani, e infine sorrido accorgendomi tardivamente di averla trasformata in una taglia XXL.

Piccole e buffe disavventure che trovano conforto nella poetica sgangherata di Courtney Barnett. Giovane cantautrice australiana in grado di raccontare alla perfezione di ansie e complicazioni quotidiane, grazie ad una talentuosa ricerca musicale propensa a vorticosi giri di parole carichi di umorismo. Qualsiasi stato d’animo catturi il suo spirito d’osservazione, diventa il punto nevralgico nelle eccellenti composizioni di Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit.

“Un ritratto autobiografico di una persona normale con normali emozioni, perciò ci sono gli alti e bassi che hanno caratterizzato qualsiasi aspetto della mia vita”

Cosi ha dichiarato la stessa artista nella nota stampa del suo album d’esordio. Bilanciando magistralmente i sentimenti alla disinvoltura verbale, la Barnett affronta i dilemmi e le contraddizioni etiche con una leggerezza apparentemente superficiale, quasi inconsapevole delle padronanza stupefacente del suo songwriting. Da subito suggerisce di non prenderla troppo sul serio: “put me on a pedestal and I’ll only disappoint” su Pedestrian at Best, accompagnata da una chitarra nevrotica e un fiume lessicale additivamente orecchiabile. Successivamente, la solitudine dei soggiorni in hotel inverte la lirica più accesa preferendo soffermarsi sui tratti morbidi di An Illustration of Loneliness (Sleepless in New York). Fantasticando poi con aria malinconica su Depreston, quando racconta della sua visita immobiliare alla ricerca di un appartamento nuovo nella periferia di Melbourne:

“How’s that for first impressions? This place seems depressing
It’s a Californian bungalow in a cul-de-sac
It’s got a lovely garden, a garage for two cars to park in
Or a lot of room for storage if you’ve just got one
And it’s going pretty cheap you say, well it’s a deceased estate”

Una serie di sguardi eccentrici al grigiore della quotidianità che bilanciano magistralmente i sentimenti più disparati facendo dell’ironia il suo miglior alleato. Così, una situazione imbarazzante come il tentativo maldestro di un flirt in piscina che la vede quasi affogare – Aqua Profunda! -, si tramuta nell’ennesimo racconto divertente volto ad impreziosire il catalogo di emozioni contrastanti della Barnett.

“I tried my very best to impress you
Held my breath longer than I normally do
I was getting dizzy
My hair was wet and frizzy
Felt my muscles burn, I took a tumble turn
For the worse, it’s a curse
My lack of athleticism, sunk like a stone
Like a first owner’s home loan
When I came to, you and your towel were gone”

Indecisa e afflitta dal tipico dilemma per “homebodies” in Nobody Really Cares If You Don’t Go To The Party, quando canta: “I wanna go out, but I wanna stay home”. Una botta adrenalinica in grado di scuotere l’ascoltare sofà-dipendente dalla sua comfort-zone. Angosciata quando menziona le responsabilità sul cambiamento climatico in Kim’s Caravan e la distruzione della Grande Barriera Corallina. Travolta da un senso di impotenza e sopraffatta dall’impossibilità personale nel poter fare qualcosa a riguardo:

“The Great Barrier Reef it ain’t so great anymore
It’s been raped beyond belief, the dredgers treat it like a whore
I drank ’til I was sinking, sank ’til I was thinking
That I’m thankful for this view
We either think that we’re invincible or that we are invisible
When realistically we’re somewhere in between
We all think that we’re nobody but everybody is somebody else’s somebody

Don’t ask me what I really mean
I am just a reflection
Of what you really wanna see
So take you want from me…”

Ragionamenti sconclusionati e improbabili riflessioni che risultano del tutto compatibili con la spensieratezza estetica barnettiana. Imbranata, cazzara, fiduciosa, delusa, annoiata. Qualsiasi coinvolgimento emotivo è un impulso irrefrenabile nella ricerca di metafore e allitterazioni che consumano fiumi d’inchiostro nel suo esercizio di scrittura vissuto con senso di sfida. Melodie semplici, a volte sbilenche, senza badare troppo alla forma, racchiuse nel sarcasmo menefreghista e coniate alla perfezione per un pubblico che all’inflessibilità mondana preferisce una maglia XXL.