Mono & The Ocean – Transcendental

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Varie sono le domande che si possono porre prima ancora di ascoltare uno split album con nomi di questo calibro, soprattutto se si associano – giustamente – in base alla proposta in oggetto; altrettante e rispettive sono le risposte e le deduzioni. Prima ancora di esaminare in brani nello specifico si dovrebbe prestare attenzione agli stili diversi dei due progetti e chiarire (o meglio ancora, chiarificare) questa congiunzione di mondi differenti in partenza ma che nel corso di anni spesso hanno trovato la rispettiva collisione.

Partiamo dai Mono, da sempre alfieri sognanti di un post-rock riflessivo e malinconico; da sempre a cavallo fra varie label dalle quali hanno preso la spinta per modificare di volta in volta il proprio stile. Lontani sono i tempi da quando passarono dalla Music Mine Inc. alla Temporary Residence; il loro classico post-rock di chiara matrice Slint e Tortoise era incorniciato da una strumentazione indie-noise, da un campionario di rumorismo e di effetti ancora legati ad un certo DIY e con chiari rimandi ai Sonic Youth o al mondo “japanoise”, il tutto però con un chiarissimo assetto melodico che non ha mai abbandonato la band di Tokyo. Sempre sotto la Temporary Residence condivisero un vinile con i compagni Pelican: erano i primi anni di quel post-metal che poi ha invaso tutto il mondo dall’America e all’epoca si guardava con attenzione e con stranezza alla proposta dei Pelican piuttosto che al già udito patrimonio dei Mono. Quelle prime condivisioni stilistiche erano qualcosa di nuovo e di più interessante in tutti i livelli dei vari strati metallici: quei paesaggi desolati e trasognanti, dal taglio post-romantico e malinconico erano i nuovi lidi a cui i personaggi dell’ambiente heavy stavano puntando: una sorta di roussoviano ritorno al mondo naturale. Anche dopo diversi anni in casa Temporary Residence i Mono rilasciano forse il loro canto del cigno, “Hymn of to the Immortal Wind”, dichiarandosi ancora perfettamente integrati in quelle nostalgie sinfoniche che il post-rock sposava volentieri. Chiedersi se, con gli album successivi, si siano un po’ arenati o avessero ripercorso un po’ le stesse orme, sarebbe però una domanda superflua per il discorso che stiamo facendo.

E ora i The Ocean, sorprendente formazione tedesca che oltre le soglie del Duemila stupiva per mischiare sapientemente ingredienti metal estremi, post-hardcore e mathcore. Erano gli anni in cui chi si voleva gestire questi stili musicali così diversi, automaticamente doveva essere mentalmente predisposto per trattare argomenti di un certo spessore: l’immanenza della terra, le profondità degli oceani, il cosmo, le stelle, l’evoluzione degli esseri viventi ecc. Ecco che, come in un’enorme colonna sonora, quando ci sono attimi ritenuti più riflessivi, i toni si acquietano e con loro tutto l’apparato di effetti e soluzioni sonore: ecco che il metal o l’hardcore inizia a guardare allo stoner, diventando sludge, o come accadrà sempre più spesso, al post-rock. Per i The Ocean avviene col cambio di cantante e in un modo o nell’altro con una veicolazione tendenzialmente più orecchiabile e più progressivo (anche più consona alla dimensione live), confluita perfettamente nel doppio concept “Heliocentric” / “Anthropocentric”.

Questo è quello che succede a livello teorico; sul piano più pratico c’è il fatto che i Mono saranno presto scritturati dalla Pelagic Records (label dei The Ocean) e il fatto che i loro rispettivi mondi si stanno accarezzando e comunicando da anni hanno prodotto diverse vicinanze stilistiche prima ancora che discografiche. “Transcendental” è il risultato pratico di ciò; due lunghi brani da un quarto d’ora l’uno sia per la band giapponese che per quella tedesca. “Death in Reverse” dei Mono insiste sui diversi strati chitarristici che a mano a mano con lo scorrere del brano guadagnano in overdrive senza mai abbandonare la melodia principale e portante, salutandola per poi ricongiungervisi col passare del minutaggio. Già col precedente doppio concept “The Last Dawn” / “Ray of Darkness” i nostri avevano dato risalto principale alle chitarre, con i classici delay e chorus che andavano formando mura di solitario sconforto; anche la produzione della batteria è più consona ad un formulario heavy piuttosto che al vecchio e morigerato post-rock. Una grande partitura di caos controllato e viscoso è perfettamente riscontrabile a metà traccia fino al disgregamento post-climax arricchito da archi e pianoforte. Il tutto già perfettamente inquadrato più volte nella discografia dei Mono.

Il piano e gli archi sono gli stessi elementi che fanno da raccordo con “The Quiet Observer”, brano dei The Ocean, che si servono di questo intro nostalgico che richiama perfettamente la traccia appena ascoltata. Poi le urla di Loïc che attraversano tipicamente il paesaggio metalcore, addolcendo la proposta oceanica in favore di un punto di contatto col sol levante. Incredibile la deriva anche heavy classico che prende il brano in chiusura, mescolando l’insolito uso del tapping a un contesto che di base lo ripudierebbe. Magistrali come sempre, tecnicamente ineccepibili e perfettamente districabili nella difficile equazione “la tecnica sta alla resa sonora come il songwriting sta alle tematiche”.

Voto ai Mono: 2 — per l’eccessiva somiglianza col passato più prossimo.
Voto ai The Ocean: 4 — per le variazioni sul tema.