Singapore Sling – Psych Fuck

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Cosa c’è di meglio, per salutare le feste col dovuto spirito, di un bel disco intitolato “Psych Fuck“? Battute a parte, dobbiamo dire grazie a questa misconosciuta ed inquietante band islandese, ovvero i Singapore Sling, se alle porte del 2016, sotto il nostro albero, al posto dei soliti regali c’è un robusto, gigantesco pedale con su scritto “Fuzz”.

Se lo cerchi su google, il nome della band, la prima cosa che esce fuori è un cocktail a base di gin, che ha compiuto da non molto il suo centesimo compleanno. Bisogna spulciare, per acciuffare qualche informazione su questi quattro ragazzi, attivi già dall’anno zero del terzo millennio, e con alle spalle una discografia piuttosto nutrita. “Psych Fuck” è dunque l’ottavo capitolo di un tenebroso romanzo islandese, fatto di rumori gutturali, ritmiche di batteria che si ripetono identiche per minuti interminabili, sporadiche aperture melodiche, e chitarre che trasudano cirrosi, invero gocciolante dalla punta del plettro. Che si tratti di un riff su corda singola, di un breve assolo, o uno svogliato giro di accordi blues, poco importa. Ah gia, quasi dimenticavo. C’è anche tanto fuzz.

In verità, c’è molto altro, in questo cocktail di fine anno. C’è il dark, tanto per dirne una. “Dying Alive“, la traccia numero sette, ne è un esempio. Ma anche l’iniziale “Dive in“, che potrebbe venir letta come un bignamino di paranoie sintetiche alla Suicide, e che invece ricorda più certe pagine elettro-minimali dei Death in June, periodo “The World That Summer“, con quella voce dissonante, e quelle note di tastiera ribattute, quasi in odor di tritono satanico.

E se “Astronaut” è un pezzo buono per lo spot di una marca di jeans, che davvero se l’avessero scritto i Dandy Warhols nessuno avrebbe fiatato, c’è anche spazio per il rock psichedelico di Roky Erickson e dei suoi 13th Floor Elevators, o per un arido mid-tempo a metà fra il folk e il country western come “The Underground“, che anche in questo caso, fatto salvo l’assolo di chitarra, potrebbe essere uscito dalla penna di Douglas Pearce, rovistando fra le pose meno marziali della sua Morte A Giugno.

La conclusiva “The Tower of Foronocity“, che poi è anche il titolo del loro disco precedente, risalente solo al 2014, alza un velo di rumore bianco, che come un trapano distrae l’orecchio dell’ascoltatore dalla melodia vocale, che ovviamente, per  dispettoso gusto del contrasto, è anche la più piacevole dell’album.

Leggendo le note biografiche, scopriamo che il nome della band in realtà non è ispirato al suddetto cocktail, ma al titolo di un vecchio film la cui trama pare ricalcata su quella di “Nekromantik” di Jorg Buttgereit. E allora, mettendo insieme le due cose, ecco che tutto quadra. Perché “Psyck Fuck” altro non è che un cocktail miscelato seguendo i dettami di un manuale per perfetti necrofili, come del resto gran parte della musica odierna. E al suo interno, potete trovare i cadaveri più squisiti di sempre. Anche se, a dire il vero, siamo un po’ stufi dei soliti cocktail preparati da barman che si scopano i morti. Ma l’ultimo album dei Singapore Sling, drogato quanto basta per non sfigurare in sottofondo, tre saette le strappa comunque.