Sun Kil Moon & Jesu – Jesu / Sun Kil Moon

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And I know we’re gonna see men, women, fiddles, guitars in harmony

Gonna see men, women, and children visit together in harmony

(Good Morning My Love)

Partiamo dalla fine. Dalla fine della vita, dalla fine del disco. Ma prima giochiamo, giusto per disimpegnarci e non essere eccessivamente coinvolti. Anthony Jeselnik, maestro delle dark one-liner, nel suo ultimo spettacolo presentato a San Francisco, Thoughts and Prayers, con macabra ironia, tira giù questa battuta: “avevo un figlio piccolo di due anni, ma è morto. Allo stesso modo in cui è morto il figlio di Eric Clapton. Per l’ispirazione.” Jeselnik è abituato a parlare di morte, sopratutto se associata al mondo dell’infanzia, così sta diventando Kozelek. Si potrebbe far riferimento a tutta la carriera di quest’ultimo, sebbene solo da Benji in poi i toni hanno cominciato a farsi non cupi, quanto pacati, riflessivi, finalistici. Il motto rimane comunque sempre uno, ed è giusto, necessario, ricordarlo per non inquadrare Sun Kil Moon dalla parte sbagliata del pozzo della vita. Non c’è ossessione della morte. Il punto è l’opposto, l’ossessione della vita, e la massima è: somehow the wonder of life prevails, se ricordate la magia di Perils from the Sea, l’album dipinto assieme a Jimmy Lavalle.

Il pezzo che ci riporta a Jeselink è Exodus, uno dei momenti maggiormente centripeti, se il centro è la narrazione vitale (della vita, per la vita). Siamo a Londra, all’aeroporto di Heathrow e arriva, come una tenera preghiera – se bene ci intendiamo –, la notizia della morte del figlio di Nick Cave a Brighton.

Showed up to Heathrow today

For the 2000th time

Got in my taxi and I learned Nick Cave’s son died

The news hit me like a bus into a hill

Cause once at the K-west hotel, I met him and his son,

They were standing across the hall,

I mentioned to him how we both played Hultsfred in 1997

I don’t believe in God, but sometimes I hope there’s Heaven

(Exodus)

Le storie si sommano, perché più se ne constata la naturalezza (la triste ripetitività), più il dolore diviene accettabile. Ecco allora, nei versi successivi, Mike Tyson – che fa a pugni per la vita altrui -, la scrittrice Danielle Steel squadrata dagli occhi persi dell’adesivo dei Misfits, lasciato dal figlio, e la famiglia di Kozelek.

I remember seeing ‘Mike Tyson: Undisputed Truth’

He spoke about the passing of his daughter Exodus,

and how he joined “The Bereaved Parents Group.”

[…]

And I remembered when Danielle Steel

Lost her son at only 19 years old to an overdose on heroin

And on his bedroom window

Still remains the sticker he put there of The Misfits

(Exodus)

Sopratutto torna un figura ormai nota, Carissa, soggetto eternamente morente nelle parole di Sun Kil Moon, di cui si parlava nell’apertura di Benji: She was only my second cousin/ But that don’t mean that I’m not here for her or that I wasn’t/ Meant to give her life poetry/ To make sure her name is known across every sea. Kozelek, qui, si fa l’uomo che lotta con la memoria e l’accettazione, e rigetta nel flusso lirico nomi, storie, sensazioni che ci aveva già fatto conoscere:

When my little second cousin Carissa died

My mother called me, it had been so long since I’d heard that certain cry

Not since the day she divorced my father

(Exodus)

For all bereaved parents- I send you my love. Con questa frase si chiude il pezzo di cui abbiamo appena parlato. Per riequilibrare i toni e tornare a quella meraviglia del mondo ci serve citare la rotonda America’s Most Wanted Mark Kozelek and John Dillinger. Già è appagante immaginarsi Kozelek gironzolando per il palco, una camicia di flanella a quadri a circondargli il figlio della birra, mentre con il braccio fa capriole, non come se tenesse il tempo, ma come se lo stesse caricando: un giro, ancora un altro, e poi un altro ancora. Il nostro cantautore dell’Ohio, dai recenti tempi della faida con i The War On Drugs, si è appassionato alle lettere musicate. Nella canzone di cui stiamo parlando viene citata una lunga mail scritta da una certa Tanya all’addetto stampa di Sun Kil Moon. La ragazza parla delle emozioni che ha provato nell’assistere a un concerto di Mark a Manchester, facendo ascoltare le prime poesie a quella minuscola forma di vita portata dentro, come scrive nelle ultime righe:

I’ve never done this before, written a letter to people who I admire before. But having seen you play at the RNC in Manchester last week, I really just want to say thank you […] The tone of your voice, the sadness of your lyrics, and it felt real nice. While I suppose I’ve dipped in and out of your music as people tend to do, but the recent years of Sun Kil Moon have pulled me right back in. My car journeys are usually accompanied by one or another of your albums. I’ve always wanted to see you play live, but I’ve always heard too late about the few gigs you’ve played near me, so the Manchester gig was a big deal for me. I also got to share it with my husband, and my baby growing inside of me reacted with lots of kicks and movement, which made it more personal for me

(America’s Most Wanted Mark Kozelek and John Dillinger)

Probabilmente, però, chi quest’estate si è goduto la formazione live (che comprendeva Steve Shelley e Neil Halstead) a Perugia o davanti al mare di Vasto, probabilmente troverà in questa canzone ben altro: la fotografia di una bellissima esperienza musicale. Tra l’altro, vi ricordate The Weeping Song? (We played “The Weeping Song” for Nick Cave and his family/ The passing of his son has been a daily thing on my mind/ Since arriving at Heathrow and my guitarist had told me, si racconta in questa canzone). La canzone comincia con questo verso: On the road from Perugia to Vasto. Probabilmente adesso vi staranno tornado in mente tantissimi ricordi di quello che è stato il momento più intenso del Vasto Siren Festival. Poi la canzone prosegue con altre immagini di queste giornate italiane, e allora ci sembra doverosa l’ennesima lunga citazione:

We looked out to the left of the Adriatic Sea

And with us the Sonic Youth’s first record, Bob Marley

And Tenacious D’s “The Pick of Destiny”

Beautiful hotel last night, my room looked over the pool

And I say “Good morning” around 11 AM to Marsha Neil

And I’m sweating nights and from my hotel

I hear cars along the highway and some noise from down below

An Italian wedding, it won’t go away

It’s like a sauna here, we took a cold jacuzzi

And no airports today, these last few drives have been beautiful

Fields of sunflowers along the way

I picked some Roman tomatoes from a farmer’s garden

I ate them in the van and invited a child up on stage

And I sang while I held her little hand

Told her to quit eating sweets, that they were bad for her teeth

Took the gum from her hand, put a piece in my mouth and it was really sweet

(America’s Most Wanted Mark Kozelek and John Dillinger)

Nel frattempo in televisione, a Sanremo, arriva un triste Brignano; racconta della paternità come magari ci si sarebbe aspettati da Panariello. Quella comicità piaciona che a un certo punto smette di essere comicità e si fa riflessione piatta sugli accadimenti umani. Brignano si chiede come sarebbe essere padre, e lo chiede a un figlio immaginario. Perché si dovrebbe fare un pezzo del genere? Come si fa a scriverlo? A questo punto è meglio Louie C. K. che, alla domanda della figlia sul come faccia a non sapere quando e come sorge il sole, risponde che da ragazzo era troppo fatto per capire quello che dicevano a scuola (senza citare il “Dio è morto e noi siamo da soli” sul finale). Ma comunque non è questo il discorso. Però ascoltando Brignano viene in mente una delle perle di Jesu / Sun Kil Moon: Father’s Day.

Kozelek dopo averci raccontato del suo rapporto recuperato col padre (Called my dad, and I’m so happy/ That I can say/ That after years of struggle/ He’s one of my best friends/ No matter what his faults/ I will always love that man) e dei suoi amori musicali (And I love Cat Stevens/ And Neil Young’s songs/ And I love Owen Ashworth’s music) si chiede se arriverà mai per lui il momento di scrivere musica mentre fuori dei bambini, i suoi, si divertiranno giocando:

What is next?

And when will I face death?

Do I want kids? We both think “no”

But I hear them laughing on the playground at school

And I think about life

With all its pain and hurdles

[…]

Will I ever hear people say

Happy Father’s Day

[…]

Will there ever be a kid out there

On the playground, laughing and playing

For half of my life

That playground

Has been my

Very favorite sound

They wake me in the morning

Then in the afternoon

I write music to the sound of them

During their after school programs in my living room

(Father’s Day)

Intermezzo: l’unico che permette di scrivere questo tipo di recensioni è Mark Kozelek. Non sono molti quelli che riescono a raccontarsi a questa maniera. O meglio non molti artisti decidono di usare la musica per raccontarsi. È come vedere Moretti. Vedi due, tre film, e già sai quale bar frequenta, che cosa guida, quali sono i suoi ideali, e sai delle sue perversioni gusto Nutella. Una maniera infrangente di rompere la distinzione tra rappresentante e rappresentato. Un lacerto d’esistenza inscindibile dalla sua narrazione. Non si tratta di un’autobiografia musicata, quella di Sun Kil Moon; ma è come se all’atto compositivo dell’autobiografia venisse dedicato spazio nell’autobiografia: una totalità, una circolarità del mezzo che non ne è il tratto pertinente. E quindi è anomalo, sebbene semplice, umano:

I met a 19-year-old girl […] who says she’s passionate about social injustices and femininity

She asked me what I cared about

I said my family, my friends, and my dentist who just had an aneurysm

And I love making music, making people laugh, and making sure that my band gets paid

(Good Morning My Love)

A questo punto c’è solo un’ultima canzone che serve citare, per chiudere i nostri ragionamenti, ed è Last Night I Rocked the Room Like Elvis and Had Them Laughing Like Richard Pryor (che a leggerne il titolo uno si spaventa come quando gli capita tra le mani l’ultimo disco di Fiona Apple). Abbiamo cominciato parlando della fine e della meraviglia che solo nella quarta traccia di Jesu / Sun Kil Moon riescono a coabitare le stesse note, stringendosi nelle manifestazioni della natura:

Nature is cruel, look at the way the vines curl and choke the life out of trees

Nature is beautiful, go out on your your front porch, smell the pines and feel the afternoon breeze

(Last Night I Rocked the Room Like Elvis and Had Them Laughing Like Richard Pryor)

Poi tornano piacevoli (più o meno) fantasmi. Nel giugno 2015, Sun Kil Moon venne all’Auditorium – Parco della Musica di Roma dicendo di non aver ancora avuto il tempo di guardare Youth (e chiese al pubblico se gli fosse piaciuto), poi apparve il riferimento a Sorrentino nelle canzoni The Possum e This Is My First Day And I’m Indian And I Work At A Gas Station, ambedue in Universal Themes; e adesso, in conclusione all’esperienza svizzera, Mark è riuscito a vedere il film al quale ha prestato alcuni dei suoi classici, nonché la sua presenza scenografica. Inoltre, qui, si cita Pitchfork, paradiso della critica mondiale – che ogni tanto gioca con il suo potere. Infatti, quando uscì Universal Themes, Ian Cohen, che già aveva scritto il pezzo per Benji, firmò una recensione lusinghiera dell’ultimo disco di Kozelek. Il punto è che questa recensione venne subito rimossa, e dopo una settimana ne comparve un’altra firmata Mark Richardson – il quale giudica, invece, il disco con sufficienza. Questo ripensamento probabilmente fu dovuto al fatto che Mark insultò una giornalista del The Guardian che aveva provato a intervistarlo, improvvisando un dissing durante un concerto: She totally wants to fuck me/ Get in line bitch. Ed eccoci ai due versi:

And me and Steve went and saw the film Youth on our day off in Milan

And Pitchfork gave me a 6 that day and I said “man, what took them so long?”

(Last Night I Rocked the Room Like Elvis and Had Them Laughing Like Richard Pryor)

Si citano poi i Biffy Clyro (The guy from Biffy Clyro says I’m one of the greatest) e un ragazzo di Singapore che ha scritto una mail a Kozelek (And for the fuck of it I’m gonna read this nice letter from this Singapore fan/ He’s now the co-writer of this song, his name is Victor and he’s gonna get a song writers share, 25%). Torna poi, sempre in questo pezzo, anche Jimmy Lavalle, e con lui il ricordo:

It’s June 13, just like it was… 3 years ago

When I put words down to some music written by the musical genius Jimmy Lavalle

And my friend Tim had just died and everyone was goin’ through hell

But now there’s a brand new June 13 and I gotta say that things are going pretty well

(Last Night I Rocked the Room Like Elvis and Had Them Laughing Like Richard Pryor)

Il movimento che fa Kozelek con il braccio quando canta, diventa il movimento della vita. Sospesi nell’alternarsi di gioia e dolore, creiamo sintesi psichiche del nostro esserci, elaborando esperienze e mantenendo l’equilibrio. Sun Kil Moon effettivamente rappresenta questo movimento continuo, non dal punto di vista musicale, ma da quello umano; rappresenta l’onda, come dice lui stesso in Exodus: I’m very much me and Nick Cave is very much he/ but we’re the same in that we’re both songwriters and we don’t stop moving – we’re like waves in the sea.

La domanda alla quale non abbiamo ancora risposto è: chi accompagna Kozelek in questo mare? Ci sono molte altre onde in realtà: c’è il già citato Steve Shelley, e dagli Slowdive arriva Rachel Goswell; c’è il multiforme Will Oldham (che già si faceva sentire in April, nelle canzoni Unlit Hallway e Like the River), c’è Isaac Brock (Modest Mouse) e poi ci sono i due riflessivamente congiungenti Alan Sparhawk e Mimi Parker dai Low. Ma sopratutto c’è Jesu, progetto dietro il quale – nascosto tra distorsioni lo-fi – si cela Justin Broadrick, già membro dei Godflesh, citati più volte in The Possum:

And when Godflesh took the stage, Tony and I, we stood there floored

Drum machines hammered and feedback blazed

For a moment, everybody grew silent

While Justin tuned his guitar; like a church, it got so quiet

Just for a minute, and then they all soared together

Like a car off a cliff, we crashed and burned over and over and again and again

(The Possum)

La linea proposta da Jesu è simile a quello che si sente nei live di Sun Kil Moon, e che già avevamo sentito in Ali / Spinks 2 e in With A Sort Of Grace I Walked To The Bathroom To Cry (ambedue in Universal Themes). Si parla di distorsioni grezze, non invadenti, che incalzano le parole rilassate di Kozelek: si senta Carondelet, o forse ancora meglio A Song Of Shadows. In realtà, questa non è l’unica direzione presa dal disco: per il discorso dell’onda e della sintesi non si va mai avanti se non configurandosi aperti tanto al futuro, quanto al passato. Fragile viene direttamente da Benji, e Father’s Day, nei suoi momenti più aperti e nelle sue percussioni elettriche diuturne, viene da Perils forme the Sea. Come si può notare i dischi che tornano sono sempre gli stessi. Effettivamente c’è un passato con il quale Mark Kozelek ha chiuso, e facciamo riferimento all’esperienza dei Red House Painters e al suo naturale prosieguo sonoro nei primi dischi della sua carriera solista. Ghosts of the Great Highway, April e così via… per quanto rappresentino ancora alcuni tra i suoi apici: si pensi al pezzo che abbiamo citato poco sopra, Like the River, la collaborazione con Will Oldham. Liricamente parlando siamo completamente approdati altrove. La schiettezza, la personalità, l’uomo. Sun Kil Moon si regala e lo fa criticamente.