Oranssi Pazuzu – Värähtelijä

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Ormai è una consuetudine che il mondo della musica si sia riavvicinato alle tematiche spaziali; poco tempo fa ne abbiamo parlato qui e abbiamo visto come il post-rock e la space music si sono orientati verso panorami solari talvolta dance. Anche il cupo mondo del blackmetal ha esplorato più che egregiamente la kosmische, e il post-rock. Ricordo quando, alle soglie del Duemila, quelli che erano dei nomi più epici che cosmici (Borknagar e Vintersorg su tutti), tentavano, in maniera un po’ zoppicante ma sicuramente personale, un approccio allo spazio e alle stelle legato più a teorie matematiche che a vere e proprie influenze musicali.

In tempi più recenti, importanti nomi come Darkspace e Midnight Odyssey hanno rivoluzionato il sodalizio fra blackmetal e musica spaziale: i primi creando dei veri e propri buchi neri sonori, colonne sonore disperate e monolitiche; i secondi esplorando più il lato melodico e contemplativo della kosmische anni Settanta.

Gli Oranssi Pazuzu (nome impronunciabile che, in finlandese, significa Pazuzu Arancione) aggiungono a questo corollario la musica psichedelica e in particolare quella delle colonne sonore anni ’70. Giunti alla soglia del quarto album, “Värähtelijä” è un ulteriore passo avanti verso il frastornamento e la disperazione; un oscuro caleidoscopio di ombre e di suspense; un incubo sonoro contemporaneo con aloni vintage.

Dimenticatevi i classici stilemi blackmetal: in questo album non esiste il concetto di riff, non esiste il concetto di metrica e praticamente non esistono blast-beat. Tutta l’intera opera è un’enorme e infernale jam-session nella quale le chitarre si gonfiano di flanger e overdrive dai quali emergono i synth più allucinanti e distorti; un continuo stato di trance si sviluppa ad ondate, immergendo il fruitore in cacofonici cilindri orrorifici. “Lahja” è un anomalo e ipnotico esperimento psichedelico che non sfigurerebbe nella colonna sonora de L’Uccello dalle Piume di Cristallo o ne La Dama Rossa Uccide Sette Volte. Per essere assorbiti, anche qui, da una serie di buchi neri a effetto pulsar basta sintonizzarsi su “Vasemman Käden Hierarkia” e rimanere colpiti dai laser disposti lungo la traccia, aspettarne l’evoluzione tribale posta a metà percorso per poi precipitare all’interno dello scricchiolante mondo dell’aldilà: fra atmosfere thriller e reminiscenze di B-movie.

Con “Havulu” ci troviamo in mezzo ad una sgangherata jam session in stile Can o Gong che poi sfocierà in agghiaccianti deliri distorti; paradossalmente, la traccia che ritrae perfettamente il concetto di Pazuzu Arancione — questo essere diabolico e distruttivo investito da ondate colorate dovute alla sovraesposizione delle pellicole cinematografiche —, è una delle più brevi e più ancorate agli standard blackmetal. “Hypnotisoitu Viharukous” ha dei chiari rimandi alla scena “religious” di Ondskapt e Funeral Mist (complici le urla più sovrumane del solito di Jun-His) ma il miracolo si compie nella seconda metà della traccia, quando echi à la Ufomammut si tramutano negli stranianti miraggi di “A Saucerful of Secrets”; uno struggente ossimoro fatto di aperture floreali distese su un letto di cesoie; la sovrapposizione onirica fra uno stato di sogno paradisiaco e l’abisso dell’incubo.

Pura paranoia.