Tindersticks – The Waiting Room

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Venticinque anni e farsi immagine. Questa potrebbe essere la necessità degli ultimi Tindersticks: ovvero non essere più associati a suoni ma anche a visioni, come vorrebbe la formula magica di uno dei capolavori di David Bowie.

Stuart Staple, voce e immagine sonora del gruppo, è sempre stato legato al mondo delle arti visive e cinematografiche, e per soddisfare questa sua necessità ha deciso di dare luce – alle volte affidandosi ad un antico bianco e nero, alle volte esplodendo in colori immobili come in una fotografia di Julie Blackmon – a The Waiting Room: undici canzoni accompagnate da cinquanta minuti di video, un cortometraggio per canzone.

Prima di dar vita a questo progetto i Tindersticks avevano pubblicato Ypres, un lavoro nato per un museo belga; e spesse volte avevano collaborato con la regista Claire Denis (si veda, o meglio, si ascolti Claire Denis Film Scores 1996-2009), ma mai avevano lavorato a questa maniera: prima la musica e poi le immagini.

Questo nuovo progetto vede la collaborazione di numerosi registi. Oltre alla già citata Denis possiamo trovare Cristoph Girardet, Pierre Vinour, Rosie Pedlow e Joe King, Gregorio Graziosi, Richard Dumas, Gabriel Sanna, e lo stesso Staples, che con la collaborazione di Suzanne Osborne, si mette dietro la macchina da presa per la regia di Follow Me, Like Only Lovers Can e This Fear Of Emptiness

L’acqua e il movimento sembrano essere i temi costanti in questo progetto. Il video di The Waiting Room descrive una figura allungata e distorta in una piscina, come in un disegno di Mattotti; Hey Lucynda vede dei colori accessi catturare immagini statiche come in quel video degli Explosions in the Sky, Postcards from 1952, diretto da un allievo – visivamente e non solo – di Malick. Tra l’altro quest’ultimo pezzo, Hey Lucynda, merita di essere citato anche per altri due motivi: il primo è che entra direttamente nella collezione dei migliori brani dei Tindersticks; il secondo è che vede la collaborazione di Lhasa De Sela, in un duetto registrato un anno prima della sua scomparsa.

Musicalmente, guardando questo disco nella sua completezza, siamo vicini a quel capolavoro di A Night In, in Across Six Leap Years. Si potrebbe dire che il 2016 è cominciato con toni abbastanza cupi, per quanto carezzevoli: si pensi anche all’ultimo degli Shearwater – abbastanza vicino nei movimenti canori a questo The Waiting Room – oppure alle Savages, la cui cantante Jehnny Beth figura in We Are Dreamers. Ci sono poi tre brani strumentali, dei quali uno è la cover di Follow Me (di Bronislau Kaper), pezzo che faceva parte della colonna sonora del film Gli ammutinati del Bounty, anno 1962.

Tempo fa, nel 2001, i Tindersticks pubblicarono un disco che presentava in copertina un asino accanto ad un uomo, quel disco si chiamava Can Our Love… Oggi quelle due figure diventano un’unica cosa: un uomo con il volto di un asino, una immagine abbastanza lynchiana. Questa figura oggi canta così: We can only hurt each other the way that lovers can/ So where do we go? (da Like Only Lovers Can).