Money – Suicide Songs

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Il secondo album dei Money ha avuto una gestazione tutt’altro che semplice. A confermarne la patogenesi sconfortevole – dovuta alle gravi turbolenze personali del frontman mancuniano –, è l’immagine di copertina in cui l’estremità affilata di un coltello poggia minacciosamente sulla fronte dello stesso songwriter. E per quanto possa apparire raccapricciante o intimidatoria, non è altro che la rappresentazione più fedele agli avvicendamenti di un recente passato inquieto e tormentato, che nello specifico contribuiscono inesorabilmente a rafforzare la crudezza della narrazione e la poetica morbosa di Suicide Songs.

Sebbene il concetto ‘funereo’ sia soltanto un ingannevole preludio all’interno delle nove tracce – ben predisposte a spiragli di nuova luce idilliaca –, il sentimento malinconico assorbe le venature del pop mistico sin dalle prime battute. Assumendo a volte il rischio di annegare, come nell’esoterico rivestimento introspettivo di I’m The Lord:

“But they dream too fast,
You are not the same as me,
I’m out there in the cloulds,
and the world spins inside me”

Le tonalità e gli arrangiamenti glaciali non fanno altro che dar il via alle increspature in cui il romanticismo da crepacuore diviene la colonna portante sulla quale, Jaime Lee, Charlie Cocksedge e Billy Byron, traghettano il record alla deriva di un ammaliante moto sonoro sentimentalistico. Nonostante a sprazzi risulti meno dolente e riappacificante – I’m Not Here, Hopeless World –, grazie al graduale crescendo delle chitarre.

Successivamente, il contenuto agro-dolce dei testi viene omaggiato dalla sezione celestiale di pianoforte e dal fugace intervallo trasversale di un violoncello che sposa la leggerezza acustica di You Look a Sad Painting on Both Sides of the Sky e combina brillantemente una stratificazione atmosferica trionfalistica da ‘dolce naufragare’. Ad allentare l’oscillazione eterea ci pensano i due minuti della quasi title-track Suicide Song. Adattandosi perfettamente al mood del disco – quanto meno all’etica concettuale –, il brano racconta la depressione di un amico: nel suo empatico senso di sobrietà. Mentre la lussureggiante delicatezza di archi e ottoni si avvinghia alle partiture successive – I’ll Be the Night e All My Life – cercando di alleviare le ferite dell’animo del giovane compositore britannico, nell’ intento di prendersi cura di esso.

I desolanti stati intimistici che si espandono nell’estetica di contenuti sognanti, avvinghiandosi alla notevole performance vocale di un Jaime Lee che ha deciso di affrontare i suoi demoni a testa alta, assorbono un fluttuante anelito emotivo attorno ad un concept di notevole fattura.