Motta – La fine dei vent’anni

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18/03/2016 Woodworm Label Facebook.com

 

Sarebbe bello finire così
lasciare tutto e godersi l’inganno
ogni volta
la magia della noia
del tempo che passa la felicità.

 

Si apre così l’esordio solista di Francesco Motta che per l’occasione fa a meno del nome di battesimo oltreché dei vecchi compagni di strada Criminal Jokers, ma si lascia portare per mano da un altro sodale importante, Riccardo Sinigallia, in veste di gran cerimoniere alla produzione ma anche di coautore, firmando parte dei pezzi di questo La fine dei vent’anni. Motta, lui, di strada assieme ad altri musicisti ne ha percorsa parecchia, accumulando un bagaglio di esperienze sicuramente prezioso, da gregario con Nada, Pan del Diavolo (presenti anche qui in un pezzo grazie alla penna e alla voce di Alessandro Alosi), Zen Circus e Giovanni Truppi.

Qui per la prima volta davvero ci mette la faccia, come simbolicamente ci ricorda la copertina, un primissimo piano in bianco e nero in cui il viso di Francesco è tagliato a metà dalla luce, colto in un’espressione che molto ci dice sul contenuto del disco. Orgogliosamente arruffato, gli occhi pieni di disincanto velato di rabbia, l’età della leggerezza da lasciarsi alle spalle e il momento in cui “non devi sbagliare strada, non farti del male e trovare parcheggio” all’orizzonte.

Qualcuno ha parlato di “efficace tributo alla sua generazione”, ma la questione è anche più ampia: La fine dei vent’anni se per Motta, classe 1986, rappresenta anche una faccenda strettamente anagrafica, diventa paradigma universale di una condizione esistenziale dove le scelte si trasformano in macigni su cui costruirsi una vita, in cui non c’è più tempo per tornare indietro. E a raccontarci questa condizione Motta riesce con grande talento, quello che già i più attenti avevano colto nelle canzoni dei Criminal Jokers, un talento nutrito dal suo percorso taciturno dietro le quinte, ad osservare, assorbire, confrontarsi e ascoltare le cose altrui.

La fine dei vent’anni è un disco pieno: di urgenza, di passione, di parole sputate fuori amaramente e di soluzioni musicali variegate e spiazzanti. Dentro ci troviamo universi distanti come i BRMC o Manu Chao, chitarre scintillati di smithsiana memoria,l’ elettronica ad impreziosire le melodie, echi psichedelici e richiami tribali di ascendenza etnica che fanno persino pensare all’Africa del Mali. La mano sapiente di Sinigallia si sente in molte tracce: in alcune sembra quasi prendere il sopravvento (“Sei bella davvero”, “Mio padre era un comunista”) in altre si sposa perfettamente con la personalità di Motta (“Roma stasera”, “Prima o Poi ci Passerà” – forse gli episodi musicalmente più impressionanti del disco), in altri si mette al servizio della personalità e della veemenza di Francesco, facendo brillare pezzi già di per sé ottimi come “Del tempo che passa la felicità” o “Se Continuiamo a Correre”. L’impressione è che la voce di Motta, così peculiare e graffiante, si sposi ancora meglio laddove il canto diventa quasi urlato, fino a farsi sgraziato, ma stupisce davvero ascoltarla completamente trasformata in altri passaggi, come in quel mantra ipnotico che è “Prenditi quello che vuoi”, segno evidente di un nuovo percorso intrapreso anche da quel punto di vista.

Se dal lato musicale le suggestioni sono moltissime ed eterogenee, d’altro lato il vero punto focale del disco è l’atmosfera decadente che permea tutti i testi, l’amarezza e il disincanto, il racconto della fragilità, dell‘umanità che ha perso (“ora e per sempre ti accontenti/ed io non parlo quasi più”), stanca di combattere ma ansiosa di vivere fino in fondo fra le sue stesse macerie (“Ho piene le tasche/di denti spezzati/di sogni rubati/ di questa città/ma a me piace lo schifo/la puzza di gente”) e infine tormentata da una domanda ricorrente: “il problema rimane lo stesso, a chi verranno raccontate?” Ed è proprio questa umanità incerta, sfiancata, dal pensiero debole ma dalla vitalità indomita quella che rimane a farci compagnia, a far sì che questo disco ci parli e diventi uno dei nostri migliori amici.

Amico mio sono anni che ti dico
“andiamo via”
ma abbiamo sempre
qualcuno da salvare

Composto da dieci pezzi dalle tonalità più disparate, di cui nemmeno uno fuori fuoco, La fine dei vent’anni è un lavoro che mischia l’immediatezza della scrittura a una cura preziosa dei dettagli, la freschezza e l’urgenza di un autore davvero talentuoso come Francesco Motta alla grande esperienza nel lavoro sui suoni di un altro fuoriclasse come Riccardo Sinigallia. Una sorpresa nemmeno tanto inattesa, la luminosa traccia di un cantautorato nuovo, plurisfaccettato e anarchico.