Sonic Jesus @ Auditorium Parco della Musica (Roma) – 16 aprile 2016

Sabato sera, mentre la gioventù di Roma Nord sciamava verso Ponte Milvio, verso la movida, verso i cocktail, i paninazzi, e le grattachecche, noi procedevamo verso l’Auditorium Parco della Musica, o Città della Musica che dir si voglia, con le sue tre sale concerto che si stagliano nel cuore del Villaggio Olimpico, progettate dall’architetto Renzo Piano sul modello di una cassa armonica, e più simili, almeno ad un occhio depravato come il mio, a delle astronavi da invasione aliena, a degli enormi baccelli di piombo da film di fantascienza. Ad ogni modo, eravamo lì. E il nostro concerto non si teneva in una di quelle sale mastodontiche, famose per il tempo di riverberazione del suono nell’aria, e adattate di volta in volta alle diverse esigenze musicali, che siano classiche o contemporanee. Il nostro concerto era altrove, all’interno della struttura. Nel Teatro Studio Borgna: ovvero, come assistere ad una performance rock seduti su delle comode, ma non troppo, poltroncine rosse. Ottima acustica, ed ottimo impiego delle luci (e ci sarà un motivo se l’Accademia di Santa Cecilia vi allestisce prove, proiezioni, conferenze). Davvero un modo insolito per godere di uno show da locale suburbano. Se non da pogo, quanto meno da spintoni con bicchiere di birra a seguito. Tuttavia, dal punto di vista spettacolare, o meglio dello spettacolo, dell’esperienza estetico/visiva, questa data romana dei Sonic Jesus è stata curiosa, affascinante, per certi versi unica.

Chi sono i Sonic Jesus? Bella domanda. Sono cinque alieni venuti dal Lazio. Ma che sono tipo un incrocio fra i Sonic Youth e i Jesus Lizard? Non direi proprio. Allora i Jesus & Mary Chain? Fuochino, ma non ci siamo ancora. Diciamo che possiedono echi vocali di Ian Curtis, e di conseguenza anche di Paul Banks. Non a caso “Locomotive”, la traccia che apreNeither Virtue nor Anger, il loro full-lenght di debutto, inizia con un arpeggio alla Interpol, e una voce anch’essa molto alla Interpol. Ma la voce, infondo, è in linea con le produzioni dell’etichetta Fuzz Club. E pensiamo soprattutto a gente come Singapore Sling e The Orange Revival. Come si può definire il loro sound? Psych-rock potrebbe bastare, ma le influenze sono molteplici. C’è un bel po’ di dark, si sarà capito. Ci sono i The Velvet Underground dell’album “White Light/White Heat”, ma anche del brano “All Tomorrow’s Parties”. E poi lunghe, lunghissime code strumentali, ovviamente psichedeliche (che brutto che dentro non si potesse bere o fumare, o tutte e due le cose insieme). In alcuni dei momenti più concitati, e meno tenebrosi, si è persino avvertito il piglio, la foga, il tiro dei Ride di “Seagull”. Pagato, quindi, anche il doveroso dazio allo shoegaze.

Il pubblico non era granché numeroso, e l’età media era piuttosto alta. Si è intuita la presenza di ragazze ventenni accompagnate dai genitori, magari dagli zii. “Vi porto a vedere una band che mi piace tanto! Piacerà anche a voi!” Qualcosa del genere, insomma. In prima fila, accanto al posto riservato al sottoscritto (ancora mi sembra irreale), c’era un signore, decisamente sessantenne, che ha davvero apprezzato la resa live del quintetto. “Sono bravi, sono bravi”, ripeteva in continuazione. Forse anche il signore, a suo tempo, era immerso nelle pieghe più oscure della musica anni ’70 ed ’80. Ma erano bravi sul serio? Risposta affermativa.
Cinque alieni venuti dal Lazio, l’abbiamo già detto. Due chitarristi, uno dei due, Tiziano Veronese, è anche il cantante. Basso, batteria, e poi lui, un misterioso personaggio che stava alla destra del palco, dietro, un po’ nascosto. Un Andy Garcia barbuto, vestito che pareva quasi Pancho Villa, ma un Pancho Villa affetto da polistrumentismo. Fra maracas, tamburello a sonagli, e bacchette battenti picchiate con eleganza sul timpano, senza contare le bellissime, e luciferine, parti eseguite all’organo elettrico, che tanto ci hanno ricordato i Suicide. Ma segnaliamo anche una sezione ritmica, e ci riferiamo a basso e batteria, assai agguerrita (certi attacchi, stacchi, e accenti forti ancora ci risuonano nelle orecchie per la loro potenza, e sottolineiamo che la batteria era quasi ridotta all’essenziale: cassa, rullante, timpano, tom e ride crash).

La scaletta comprendeva nove pezzi, la maggior parte dei quali tratta da “Neither Virtue nor Anger”, con la sola eccezione di “It’s time to hear”, presente invece sull’omonimo E.P di debutto della band, insieme ad altri brani che sarebbero poi confluiti nel monumentale – dura un’ora e mezza – e giustamente acclamato full-lenght di cui sopra. Né Virtù né Rabbia. E infatti la musica del gruppo comunica, malgrado la propria nuance malata e distorta, uno strano senso di pax post-apocalittica, da stagione dell’uomo ormai superata. Tutto finito, vanno in scena i fantasmi coi loro riverberi. Ed ecco appunto basso e chitarra che non perdevano mai d’occhio le pedaliere (lo shoegaze, dicevamo poc’anzi), e la voce effettata. Il tutto, nella cornice del Teatro Studio Borgna, ha contribuito a creare un’atmosfera onirica, a metà fra il sogno e l’incubo. Tanto che a un certo punto mi è parso di ritrovarmi catapultato nelle sequenze conclusive di “Le streghe di Salem” di Rob Zombie. Chi l’ha visto forse capirà (guarda caso il film si chiudeva proprio sulle note di “All Tomorrow’s Parties”).

Sul finale, il gruppo ha fatto finta di andarsene, ma poi è tornato per eseguire “Locomotive”. Il pubblico si è alzato in piedi. Siamo andati tutti verso la band. Si è sentita la voce di due ragazzi che urlavano: “Tiziano! Tiziano!”. Forse erano amici del cantante. Quasi sicuramente. Hanno guadagnato subito la prima linea. E lo guardavano con orgoglio ed ammirazione. Come gli apostoli guardano un messia. Uno spaccato di fratellanza da cinema d’altri tempi. Anche se non fosse, ci piace immaginarlo così. Quell’urlo: “Tiziano! Tiziano!” Che sembrava quasi provenire da fuori il raccordo anulare. Poi la band ha terminato, ed erano appena le dieci e tre quarti. C’era ancora tempo per unirsi alla movida di Ponte Milvio. Ma che impressione ci ha dato, in definitiva, la musica dei Sonic Jesus? Era abbastanza cristo-sonica? Di sicuro la perizia, la bravura, e il talento del gruppo sono materia pregiata, per non dire da esportazione. Adesso aspettiamo solo un messia che una musica così bella ce la canti in italiano. A noi poveri, inguaribili romantici. Di dentro e fuori il raccordo.

Testo: Marco Tucciarone
Foto: Eliana Giaccheri

 

 

  • Martina Caruso

    Foto bellissime eliana!