Dade City Days: come Marziani a Roma

dade city days
Cinema che chiama cinema
, questo è successo lo scorso giovedì, al concerto dei Dade City Days, un trio bolognese che a febbraio ha pubblicato il suo disco d’esordio, intitolato Vhs (Dade City è una città che esiste davvero, si trova in Florida, e Tim Burton vi ha ambientato buona parte del suo “Edward Mani di Forbice”). Abbiamo avuto modo di assistere alla loro performance presso il Don Vito Club (vi dice niente?), un’associazione culturale di Roma, in zona San Giovanni, precisamente a Via La Spezia, lì dove Zoro ha girato il suo “Arance & Martello”, che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere una sorta di “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee all’amatriciana (o alla carbonara, meglio).

Cinema che chiama cinema, col più totale sprezzo della filologia, e del nesso che unisce le cose. Un po’ come nelle videoteche di una volta, nei dormitori audiovisivi dove alloggiavano appunto le vecchie “Vhs”, prima di finire in mezzo a una strada, ammassate in un cestone di qualche mercatino dell’usato. Pezzi di Burton, di Coppola, di Spike Lee: senza più dimora. In mezzo a tutto ciò, in mezzo ai nostri borborigmi estetici, i Dade City Days. Da Bologna con amore, furore, e shoegaze.

Lo shoegaze è uno dei generi più raffinati ed obliqui che la storia del rock abbia mai prodotto. Un muro di suono fatto di tanti piccoli mattoni: psichedelia, garage, new wave, dream pop, persino grunge (o proto-grunge). E la lista potrebbe continuare. Alla chitarra, e all’effettistica dei pedali, il compito di attirarci in una nube di spettri. Come una macchina del fumo su un set di Mario Bava. La sezione ritmica, invece, detta il passo della danza macabra, cavalcando nella nebbia e nella notte (come Boris Karloff nel finale de “I tre volti della paura”, sempre di Bava, e come il cavaliere senza testa de “Il mistero di Sleepy Hollow”, sempre di Burton). Una macchina che mette in moto dei fantasmi, quindi. Vale per il cinema e vale anche per la musica. E nei Dade City Days (Andy Harsh Facchini, chitarra e voce; Mara Gea Birkin, basso e voce; Michele Testi, batteria e sequenze), troviamo ectoplasmi di tutto e di più. Più Curve che The Cure, tanto per cominciare. Qualcosa dei primi Verdena. Un gusto per le sequenze di synth che può rimandare ai Bluvertigo (hanno anche collaborato con Luca Urbani dei Soerba, vecchi pupilli di Morgan). Svolte ritmiche da rave party, o più semplicemente figlie dei Subsonica. Le voci di Andy e di Mara, occultate in uno spettro sonoro da cui spuntano sembianze, suggestioni, silhouette di altri gruppi, di altri suoni. Un equilibrio precario, su un filo sottile che abbraccia il meglio degli ’80 e dei ’90, fra Italia e Inghilterra. E tuttavia, un matrimonio possibile.

Li abbiamo visti sul palco del Don Vito Club, un rifugio sotterraneo fra pareti bianche, lampade formato spada laser, locandine di film, e specchi che riflettono locandine di film (“Scarface”, “Il Padrino”). Perfetto per immaginarsi un piano bar nipponico, con tanto di membri della Yakuza che ingurgitano sushi attorno ai tavolini. Uno scenario che stonava con i ragazzi di Dade City, costretti su una pedana tre metri per uno. Ma ancora una volta, come succede ai gruppi pronti a tutto, che macinano luoghi e chilometri in nome della loro causa, lo spirito ha avuto la meglio sulle circostanze sfavorevoli.

Nell’ordine: un missaggio problematico, una location poco consona alla resa ottimale del sound, e un pubblico esiguo. Tutti fattori che avrebbero scoraggiato chiunque, ma non i Dade City Days, che sono andati avanti a testa bassa (letteralmente, ma si sa, fa parte dello shoegaze), proponendo agli spettatori il repertorio di “Vhs”, e vincendo in più di un’occasione  le avversità ambientali. Come in “Lurex” e in “Preghiere & Decibel”, coraggiosamente fuoriuscite dal pantano del sound amputato, grazie a una maggiore aggressività ritmica e interpretativa. In chiusura, poi, una cover di “Tenax” di Diana Est, per i nostalgici irriducibili.

Ad ogni modo, è stato un live intenso, dove si è potuto toccare con mano quello che si suol chiamare “lo spirito di una band”. Andy e Mara, coppia sul palco e nella vita, e il buon Michele Testi (che col suo look non avrebbe sfigurato in un film di Gregg Araki) non avranno reso piena giustizia al loro ottimo album, causa le incombenze di cui sopra, ma hanno comunque catturato i nostri sguardi, le nostre orecchie, e non di rado i nostri cuori, inscenando una piacevole variazione sul tema “Marziani a Roma”. Parole aliene, poetiche. Chitarre oppresse da un missaggio ingeneroso, per non dire stitico. La voglia di tornare sul luogo del delitto, per ascoltarli ancora una volta. Magari sull’astronave madre, o su un palco più adatto allo shoegaze. Una musica che affascina, quella del gruppo, e che resta comunque enigmatica. Per quanto incalzante. Per quanto ballabile. Un mistero che meriterebbe, in cabina di regia, uno come Nicolas Winding Refn, oppure, perché no, lo stesso Gregg Araki.

Fuori dal locale, abbiamo fatto due chiacchiere col gruppo: tre ragazzi del tutto estranei alla spocchia,alle pose, e a cazzi di questo tipo. Tre ragazzi che adorano la musica e il cinema, soprattutto l’horror. E non poteva essere altrimenti.  Poi un tizio del locale è uscito e mi ha detto di abbassare la voce. Perché il rock a Roma è anche questo: volumi rispettosi, silenzio, strade abitate. Ma ci sta. Tanto era tardi, e i ragazzi dovevano andarsene. C’era l’astronave ad aspettarli, pronta ad inghiottirli uno ad uno, per poi riportarli in terra natale. Lì nella loro amata Dade City, in provincia di Bologna.