Blink 182 – California

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Non sai se ridere o piangere, mentre ascolti “California”, l’ultima fatica dei Blink 182. O di quel che ne rimane. La storia è arcinota: il cantante e chitarrista nonché fondatore Tom DeLonge, ad un passo dalle registrazioni, si è chiamato fuori. E c’è da immaginarselo perso fra le stelle a caccia di dischi volanti, o di materia celeste per i suoi Angels & Airwaves. Insomma, Tom è partito in sella al suo razzo spaziale, lasciando nuovamente a terra i poveri, si fa per dire, Mark Hoppus (basso e voce) e Travis Barker (batteria). Qui entra in gioco Matt Skiba, già voce e chitarra degli Alkaline Trio. Ma come sarà la sua chimica in quest’altro trio? Pressoché nulla. Ad esser generosi, forzata. Difficile ruolo, quello di Skiba. Sulla carta, un musicista migliore di DeLonge (non che ci voglia poi tanto). Ma il confronto non regge comunque. Da una parte il vecchio Tom, genio stonato ed eclettico, dall’altra il buon Matt, mediocre mestierante dei power-chords. Più intonato del suo predecessore, ma anche più incolore. A ciò bisogna aggiungere che l’amalgama col gruppo proprio non regge. E questo disco ne è la prova.

“California”, un po’ come i giocatori d’azzardo disperati, punta in alto, sapendo che è un tuffo nel vuoto. Sedici canzoni, una produzione modaiola, la speranza di vincere. “California” punta in alto. “California” punta in alto e perde tutto. Poteva essere, fin dal titolo, il disco definitivo della band. La Bibbia dei Blink 182. E invece, tolta l’iniziale “Cynical”, che si gioca la carta nostalgica in zona “Dude Ranch”, e ha perlomeno una discreta melodia, il disco peggiora di traccia in traccia, di ritornello in ritornello. “It’s all downhill from here”, direbbero i New Found Glory. Tutto in discesa, e non è certo un complimento. Ma è anche vero che le magagne trascendono l’innesto di Matt Skiba, comunque fallimentare.

Tanto per cominciare, la produzione è fra le più sterili e fasulle che la storia musicale ricordi. Dimenticatevi parole come “dinamica”, “personalità”, “ruvidezza”. Siamo dalle parti dei 5 Seconds of Summer, ecco. E i Blink 182 non erano mai scesi così in basso. Nemmeno col travagliato e involuto “Neighborhoods” del 2011. Quel disco, oggi, sembra un capolavoro. Niente, non c’è un cavolo di niente che si salvi in queste tracce. A parte forse lo scherzetto goliardico di “Built this pool”, che dura “ben” sedici secondi (fate un po’ voi). Le citazioni testuali di The Cure, Bauhaus, e Marilyn Manson sono buttate là così. A metà fra l’ammiccamento (del resto “To Blink” significa proprio ammiccare) e il totem da impugnare contro il vuoto. E pensare che i Blink 182 realizzarono un brano insieme a Robert Smith (“All of this”, del 2003). E pensare che in una puntata di “Mtv: Icon” eseguirono una bella cover di “A letter to Elise” davanti al nostro Robert. Per la cronaca, conduceva la funzione il reverendo Manson.

Siamo costretti dalle circostanze a chiamarli ancora Blink 182, ma non lo sono più. Questa è l’unica consolazione, assai magra. Dimenticare, dimenticare al più presto. E chissà che Tom non torni indietro dal suo esilio interstellare. Il ragazzo è stato cattivo, ma scommettiamo che Mark e Travis, le vedove bianche, pur non ammettendolo, sognano un improvviso atterraggio di fortuna. Il cielo, finora, è rimasto muto.

Post Scriptum:

La title-track sembra lo spot di un’agenzia turistica.