Silvereight – Left Hand

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Talvolta si riscontra una difficoltà in più, nel trovarsi a giudicare il disco di un gruppo rock emergente, ma anche affermato. Per vari motivi, tutti abbastanza validi, e difficili da spiegare. Si ha l’impressione che il rock sia come imploso, contratto nel suo ruolo, anche quando gioca con le metamorfosi, e diamine se ne ha viste! Il mazzo di carte continua ad essere mischiato, ma le carte son sempre quelle. E forse la tavolozza (teoricamente) infinita, frutto della commistione, della combinatoria ciclica di generi passati, e trapassati, rivela sempre più la sua prevedibilità, che pare irreversibile. Cosa offre oggi il menù? Un’illusione forzata. Si gioca sapendo di giocare. Nemmeno per un attimo ci sfiora il pensiero che non sia così. O peggio, nemmeno per un attimo scompare il pensiero. Non ci prende mai l’oblio. Pippe mentali? Ma ovviamente. E mentre noi mettiamo le mani avanti, ecco che a salutarci arriva la mano sinistra del rock. In altre parole, “Left Hand” dei Silvereight da Livorno.

Il disco è fatto di equilibri e di contrasti. Di equilibrio fra segmenti distesi e altri più concitati. Di contrasto fra ritmi hard-rock e liquidità post-rock (ma c’è anche una parvenza di stoner). Fa avanti e indietro nel tempo. Lo fa per tutto il tempo. Traccia dopo traccia. La batteria raddoppia gli accenti forti degli strumenti. Irrompono alcuni staccati mozzafiato, in un’affannosa gita sul dirigibile dei Led Zeppelin. Ma gli ospiti sembrano annoiati. Non vedono l’ora di scendere, di tornare a casa a riabbracciare la propria chitarra, per un ultimo arpeggio intimista, per un’ultima melodia sussurrata. L’ultima prima di andare a dormire. Finché la sveglia non fischia l’inizio di un altro circolo vizioso. Tutto daccapo, di nuovo. Tocca premere sul pedale dell’acceleratore, o meglio, su quello del fuzz, e c’è tutta una scala pentatonica da salire per arrivare fino al posto di lavoro.

Poi, finalmente a casa. Ma le chitarre più dolci celano sempre una minaccia. Così anche nell’album dei Silvereight. Il giro armonico si infrange e si riassesta. Basta una tonica fuori posto. Basta un semitono di troppo. Ma era già previsto. Anche questo fa parte del gioco. Alzati, siediti, alzati. Il rock di prima, e il rock di dopo. L’uno e l’altro. Come inspirare ed espirare. Aria e respiro, su e giù (si prenda ad esempio la sequenza che comprende, nell’ordine, la coda finale di “From Space”, e l’accoppiata “Wide Heart” + “Black Day”). La canzone che si appiccica più facilmente al cervello, non al cuore, è “Love”, dove un arpeggio elementare viene ripetuto per tutto il brano (forse è troppo brillante il timbro della chitarra, forse è troppo in risalto nel missaggio), sostenuto da un basso armonizzante, e da una batteria semplice quanto brutale. Ottimo l’assolo di elettrica. Come è ottima l’energia imprigionata nei due minuti e mezzo scarsi di “PropagUnda”, forse il pezzo migliore del disco.

Nient’altro da dire. Livorno canta in inglese. L’Italia canta in inglese. E non è una novità. I generi si mescolano, e si passano il testimone della staffetta. Neanche questa, come ben sappiamo, è una novità. Il re è nudo, e a noi non resta che contargli i peli dal primo all’ultimo. Ma forse stiamo sbagliando lettura. Forse “Left Hand” dei Silvereight è solo un bel disco realizzato da un gruppo rock emergente. Può essere bello qualcosa che sembra già sentito? La risposta è sì. E su questo non ci sono dubbi.