Thee Oh Sees – A Weird Exits

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John Dwyer è un camaleonte musicale. Un personaggio che merita rispetto. L’uomo dietro al progetto Thee Oh Sees è uno dei pochi artisti ancora capaci di regalarci fiammanti dimostrazioni d’intransigenza, coerenza e genuinità. Lui, è dal 1997 che se ne fotte dei generi, continuando nella sua opera guidato esclusivamente dalla propria attitudine. Dal Noise-Rock dei Pink and Brown – in cui lui era “Pink”e Jeff Rosenberg “Brown” –, passando per l’elettronica malata dei progetti “Ziegenbock Kopf” e “Damaged Bug“, giungendo a quelle meravigliose manifestazioni di Garage-Punk all’arma bianca che rispondono al nome di Coachwhips e The Hospitals – di cui vi consiglio vivamente di recuperare “Peanut Butter And Jelly Live At The Ginger Minge” (Coachwhips) e l’omonimo dei The Hospitals. Ma è appunto con i Thee Oh Sees che Dwyer raggiunge la piena libertà compositiva, e probabilmente i risultati migliori.

Un’estetica, quella di Dwyer, profondamente underground, esplosa probabilmente la prima volta che da Providence (Rhode Island) il nostro mise piede a San Francisco. Un approccio profondamente DIY, feroce e al contempo ben integrato con la storia musicale di Frisco – ed è forse per questo che oggi aleggia su di lui un’aura da santo patrono del Garage-Rock cittadino. Nella sua musica convivono storia e modernità, grande rispetto per il suono californiano dei padri e propensione allo sfascio in salsa Punk. Dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, verso Blue Cheer e Flamin’ Groovies per poi ricongiungersi con il Bay Area sound più selvaggio: quello proveniente da San Jose, dove Chocolate Watch Band e Count Five gettarono le basi attitudinali del Garage-Punk.

Ma se pensate che il percorso affrontato finora, frutto di tanti album e di concerti portati a termine aggredendo la propria Gibson – come un uomo posseduto dagli spiriti del Punk, della Psichedelia, e del Krautrock –, abbia scalfito in qualche maniera la cifra attitudinale di Dwyer vi sbagliate di grosso; ci ha messo 35 anni per poter vivere della propria arte, spesso facendo lavori semplici di giorno per suonare la notte, e non cambierà proprio ora che può divertirsi al massimo, fidatevi. Quindi non trattatelo come una Rock Star.

Ad avvalorare ciò arriva come una ventata d’aria fresca il nuovo “A Weird Exits“, a firma Thee Oh Sees, pronto a dare qualche chilometro di distanza alle produzioni di genere odierne. L’esplosione è deflagrate come quella di una bomba a frammentazione: colpisce svariati punti vitali nel giro di una trentina di minuti circa, per poi lasciarci a contare i danni. Suoni magnificamente deformati in cui Psichedelia e Punk costituiscono la base portante – Dead Man’s Gun, Ticklish Warrior, Plastic Plant – per poi sublimare nella seconda parte del disco. L’intro di “Gelatinous Cube” parte con un omaggio ai Sabbath di “Iron Man“, trasformandosi in un Punk Anthem al cardiopalma. “Crawl out from the Fall Out” è una scorribanda allucinata fra le autobahn tedesche da parte di una manica di hippie drogati fino al midollo, mentre la conclusiva “The Axis” ci riporta nella New York Sixties dei Vanilla Fudge, senza colpo ferire. Ascoltate questo, poi andate a ritroso nella discografia musicale di questo signore: non ce ne voglia il resto della band, ma così facendo finirete per comprarne buona parte delle produzioni.

Ty Segall, che attribuisce il suo successo mainstream ai primi consigli di Dwyer, ha dichiarato:

“Gli dobbiamo tutti molto. Ma lui preferisce semplicemente bere birra e suonare con noi”.