M.I.A – AIM

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M.I.A. al secolo Mathangi Arulpragasam continua imperterrita il suo percorso artistico votato alla destrutturazione sistematica nei confronti della comunicazione propaganda messa in atto dall’estabilishment politico mondiale. Li prende per il culo, fornendo loro, come diceva un noto autore satirico: «Un punto di vista, e un po’ di memoria». Li beffa con dichiarazioni stupefatte in merito al proprio continuo cacciarsi nei guai: «Mi piacerebbe sapere perché sembra sempre che tocco i tasti sbagliati». Sorniona se ne fotte bellamente delle conseguenze.

Oggi l’artista londinese nata da genitori originari dello Sri Lanka dice di essere stanca, di volersi dedicare alla cura del proprio figlio di 7 anni, Ikhyd. Millantando un prossimo ritiro dal mondo della musica a cui difficilmente i fan crederanno, soprattutto alla luce del nuovo album: “AIM“. Del resto, un certo affaticamento è normale per una collezionista incallita di grane come lei. Un collezione che comprende gestacci – il dito medio messo in bella mostra durante il Superbowl del 2012 –, Tweet al veleno – sulla questione Black Lives Matter – e mal celati assensi nei confronti delle posizioni esposte da parte delle Tigri Tamil – gruppo separatista dello Sri Lanka.

Mai come oggi però, il terreno abitualmente battuto da M.I.A. – immigrazione, xenofobia, profughi e crisi umanitaria – è sembrato bisognoso di un’esponente sincera e disinibita, che spinga sull’acceleratore senza curarsi delle conseguenze. Un’artista a tutto tondo capace di mordere su più fronti. Lei regina delle classifiche con il singolo “Paper Planes“, grafica, attivista politica, modella, videomaker: e potremmo andare avanti. Lei che apre le danze del suo nuovo lavoro con un brano che centra brutalmente il bersaglio e che si completa in maniera inscindibile con lo splendido video girato dall’artista stessa. Parliamo dell’openerBorders“.

Confini e recinzioni, ponti levatoi perennemente alzati per orde di corpi sfiniti sottolineano la gravità del momento storico; mentre una domanda, una sola, spinge l’ascoltatore ad abbandonare una certa forma mentis legata alla sicurezza della propria cerchia, al controllo, alla paura: “Whats’up With That?“.

Parte forte M.I.A., calando un altro asso al secondo episodio. “Go Off” prodotto nientemeno che da Skrillex e Blaqstarr è un agglomerato di spacconate – «Like my name is Neymar and you know I’m not normal» – con l’intento di svegliare le coscienze su ciò che la società reputa accettabile, sugli standard di vita che però non sfuggono al terzo occhio di M.I.A: «My third eye’s open and my focus ain’t joking».

La seguente filastrocca per ornitologi “Bird Song” gioca con le similitudini, finendo però per risultare un goffo elenco di pennuti e nulla più – traccia remixata nuovamente nella seconda parte del disco da Diplo, vecchia fiamma della cantante. Uno spartiacque utile per introdurci in un contesto fatto di bozze, di schizzi a volte incompiuti. Ed è proprio qui che ci rendiamo conto della reale natura di un disco a tratti abbozzato, che utilizza schizzi acerbi per le proprie invettive sociali. Come accade in “Survivor” dove la forma canzone sostituisce in toto il “rappato”, mantenendo intatte le tematiche qui esposte con un filo di presunzione. “Da dove veniamo?” canta M.I.A in “Foreign Friend” esponendo le difficoltà di un rifugiato di cui non nomina, questa volta sapientemente, la provenienza.

Resta qualcosa che stride all’interno di AIM riconducibile alla dicotomia Testi – Sound, che tolta la primissima parte si perde in un gioco elegante ma di poco impatto. La comparsata di Zayn Malik (ex One Direction) durante “Freedun“, infine, non ci viene certamente in aiuto, facendoci riflettere sulle nostre convinzioni: che sia davvero la fine?

Data:
Album:
M.I.A – AIM
Voto:
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