Jenny Hval – Blood Bitch

Acquista: Voto: (da 1 a 5)

I have big dreams

And blood powers

(Untamed Region)

Jenny Hval, artista norvegese che in molti dovrebbero ricordare per dischi come Viscera o Apocalypse, Girl – il brano Heaven fece davvero la gioia di molti critici e anche la nostra -, torna con un concept album o meglio una narrazione mozzicata, sbrindellata, grumosa che ha per oggetto il sangue. Proprio nella canzone che abbiamo appena citato ci sono questi versi conclusivi che potremmo prendere come ponte verso il 2016 della Hval:

So much death inside my body!

Heaven, I’m sorry. I just want to feel

So much death, a hole to nowhere

(Heaven)

Blood Bitch è sì un disco sul sangue, ma in particolare su quello mestruale: the white and red toilet roll chain which ties together the virgins, the whores, the mothers, the witches, the dreamers, and the lovers. Quindi è un sangue vitale. Anche se dall’altro lato abbiamo la storia del vampiro Orlando e la donna Jenny, a rappresentare il sangue mortale. Lui viaggia nello spazio e nel tempo. Lei è un’artista trentacinquenne, bloccata in un infinito viaggio tra l’Europa e l’America assieme al suo Arp Odyssey – sintetizzatore analogico degli anni ’70 -; ed è una figura profondamente vicina alla Jenny che ha composto il disco. Quest’ultima anche, infatti, vive in quel decennio, non musicale ma cinematografico, arrivato a influenzare la poesia splatter di Jenny Hval:

“I was watching a lot of low-budget horror movies from the 1970s – the kind of movies nude vampires would appear in. Many of them are considered terrible movies, but I watched them differently from a film critic and I did get a lot out of watching”

L’errore fatto da molta critica – da ciò che possiamo constatare – è stato di considerare quello della Hval un disco sulle mestruazioni. Da alcuni è stato ridicolizzato, altri lo hanno preso a baluardo del vero femminismo, come si può vedere da questa banale dichiarazione fatta da April Clare Welsh per la webzine FACT: The world needs an album that even attempts to shatter the myths and highlight the everyday realities of menstruation. Per quanto ci riguarda Blood Bitch è prima di tutto sperimentazione musicale e Ritual Awakening, prima traccia del risveglio, getta le basi per tutto il disco. In ogni caso è proprio la nostra cantautrice a dirci del valore simbolico-narrativo delle mestruazioni e dei vampiri:

“I want to change poetic conversations. I want to change philosophical conversations and I also just want to give people images that connect. Something like menstruation to something like vampires. I want to make these odd, abstract associations that open up the wild creatures of the world that are not just ‘women: we menstruate’ or ‘men: we don’t menstruate”

Jenny Hval non aveva mai suonato come i The Knife: l’intro di The Plague ricorda A Tooth For An Eye, dal capolavoro svedese Shaking The Habitual. Poi il brano cambia e raggiunge un livello di inquietudine pari a Frankie Teardrop, dopo un momento acquatico in stile Platfrom di Holly Herndon.

La paura rientra appieno nei sentimenti suscitati da Blood Bitch ed è richiamata anche esplicitamente. Ad esempio in Period Piece c’è questo verso: I chose keeping it together. Il collegamento è a Caroline Bergvall e alla sua performance Keeping It Together, nella quale viene ripetuta incessantemente la stessa frase che dà il nome all’opera. La Hval a proposito di questa dice:

“You realize that’s what you’re doing your entire life. And when you ask yourself what exactly you’re keeping together, there’s no good answer”

Gran parte dell’arte contemporanea – femminista e non – si è concentrata sulle possibilità del proprio corpo, spingendosi spesso oltre i confini di ciò che è fisicamente sopportabile. Forse una delle manifestazioni più ricordate di questo rimane Rythm 0, 1974 dell’Abramović, dove lei si fa oggetto nelle mani del pubblico, il quale manifesta tutta la proprio curiosità nei confronti dei limiti del corpo. Usarono contro l’artista lamette per tagliare prima i vestiti. Poi passarono direttamente alla pelle e le succhiarono il sangue. Oppure ricordiamo anche la performance Lips of Thomas. Come dimenticare poi Marc Quinn, l’uomo che scolpisce il propio volto usando 4,5 litri di sangue? Recentemente anche la ventunenne Samera Paz ha deciso di utilizzare il proprio sangue – quello mestruale – per dipingere tele. Jenny Hval la potremmo inserire in questa tradizione, sopratutto leggendo alcuni suoi versi:

I’m in a big house, having big dreams

And next time I wake up

There’s blood on the bed

Didn’t know it was time yet

Or is it not mine?

[…]

I dip my finger in it

Smells like, um, warm winter

And I feel the need to touch everything

Everything in this room

Like a dog

I’m marking everything that belongs to no-one

(Untamed Region)

Nel 2007 uscì un pezzo degli Akron/Family che recitava così Don’t be afraid, it’s only love (da Don’t be afraid, You’re already dead, contenuta in Love is Simple). Sono questi i versi che tornano in mente quando si ascolta Period Piece dove però abbiamo Don’t be afraid/ It’s only blood. A quanto pare i termini che si alternano sono tutt’altro che sinonimi. Per quanto il sangue e il suo rossore rappresentino spesso l’amore e l’eros, Jenny in The Plague ci dice:

I don’t know who I am…

Never really truly

Never truly really

Never really loved

I never really loved

I’ve never truly really loved

(The Plague)

Dove quel I don’t know who I am ci ha fatto pensare molto al caro Bowie e alla sua Heat. Citando la fine dell’uomo nelle cui mani cadde la terra, arriviamo anche alla conclusione di Blood Bitch – omaggio non voluto ai Cocteau Twins e al loro omonimo brano – dicendo che la complessità ad alcuni richiede sangue come libertà.

This blood bitch’s tale goes a bit like this:

I lose myself in the rituals of bad art and failure

(Conceptual Romance)

Data
Album
Jenny Hval - Blood Bitch
Voto
4